Recensioni

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No Wilderness Deep Enough aveva mostrato uno Steve Von Till diverso dal solito. Quella che sembrava una paretensi di ambient neo-classica, in parte sulla scia di alcune cose espresse con il progetto Harvestman, sembrerebbe purtroppo trovare una legittimazione più stabile con il nuovo lavoro A Deep Voiceless Wilderness.

Il condizionale è d’obbligo, perché potrebbe anche trattarsi, molto più semplicemente, di puro e semplice riempitivo da mercato del disco. In un biennio terribile per l’economia musicale e l’indotto live, invadere il mercato con tre lavori nel giro di pochi mesi di cui uno fatto solo di tracce musicali e l’altro solo di voce recitante, è un modo come un altro per tirare acqua al proprio mulino. Von Till ha dimostrato negli anni di essere tutto tranne che una puttana discografica, ma quello di questa prima decade di maggio 2021 non è un bel presente. A deep Voiceless Wilderness di fatto è No Wilderness Deep Enough, privato della voce. Un lavoro strumentale, con alla base materiale già di non primissima scelta. Trame piatte, involute, noiose, tediose, prive di fantasia.

L’altro lavoro, Harvestman: 23 Untitled Poems and Collected Lyrics, è invece la lettura del suo primo libro di poesie, pubblicato dall’Università del South Dakota. Ogni tanto appare qualche piccolo effetto sonoro a drammatizzare lo spoken word di Von Till, ma è un lavoro completamente privo di sostanza musicale. Quando si è in presenza di lavori del genere, va sempre bene il vecchio adagio: solo per fan e completisti.

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