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Il boato è assordante. Il manto di fuoco è un abito che riveste quartieri londinesi bloccati nello spazio di puro terrore. Perché nel buio della guerra l’unica luce è quella di detonazioni, esplosioni che illuminano sguardi che si cercano, mani che si stringono. Il mondo che si apre in Blitz è tanto angosciante quanto sublimemente immersivo. La cinepresa di Steve McQueen si fa personaggio a sé stante, osservatore privilegiato che si muove silente tra pompieri incapaci di domare un incendio, mentre tutto attorno è un concerto suonato da un orchestra di allarmi e bombe. Poi, tutto ad un tratto, ecco che il saggio della guerra cambia la penna che lo redige, quasi come se sostituisse la natura del proprio narratore. L’inchiostro non è più mescolato con il nero della paura, ma rischiarato dal viaggio di un piccolo eroe che tutto riveste di umanità. La zona di guerra si fa coming of age, scoperta di sé e storia personale sullo sfondo di quella universale.
Steve McQueen redige il proprio Oliver Twist e lo fa con inquadrature basse, ad altezza bambino, perché tutto deve rimandare a un mondo visto dagli occhi di George, 9 anni, e una forza di volontà che lo porterà lontano da casa, per ritrovare le braccia calde, confortanti, della mamma e del nonno (Paul Weller). Un’Odissea senza Itaca, ma con una Londra in fiamme, abitata da spettri del male, pronti a rubare l’anima innocente di un bambino, per mescolarla al corpo rattrappito di una società in decomposizione. Proprio per tenerlo lontano da quel mondo che implode, Rita (Saoirse Ronan) decide di compiere un profondo atto materno separandosi dal piccolo George così da salvarlo.
Un treno li avrebbe allontanati, per quanto tempo non è dato ancora saperlo. Ma il progetto era chiaro: il piccolo doveva arrivare in campagna, solo così poteva sperare in un futuro sicuro. George, però, non è un bambino come gli altri; in lui brucia un’anima ribelle, coraggiosa, che lo spinge a ritornare a casa, a immergersi nuovamente in quell’ambiente di cui diviene parte integrante. Ecco allora che le inquadrature di McQueen si fanno sempre più ampie, così da cogliere insieme sia quello spazio urbano che modella e stabilisce il percorso da compiere, e quel bambino pronto a investire il mondo che lo circonda di speranza e coraggio.

Come Pinocchio, George si fa testimone di un mondo che tenta di piegarlo, senza riuscirci. Tra salvatori e tentatori, ladri e soldati, abbracci e terrore, il cammino compiuto dal piccolo nella Londra colpita dal Blitzkrieg tedesco, si fa tela pronta a essere riempita da costanti impressioni. McQueen si mette al servizio della propria storia, donando alla potenza espressiva dei colori desaturati, di una fotografia gelida e tagliata da luci che poco hanno di salvifico, e della performance dei propri attori, la potenza del proprio costrutto visivo e umano. Quello compiuto da McQueen e da tutto il team creativo è un worldbuilding coerente, perfettamente aderente a quello sprazzo storico elevato a realtà universale, perché il George di ieri rivive in un bambino dal nome diverso, ma dal destino simile (se non peggiore) nel mondo d’oggi.
Vive infatti nello spazio immortalato da McQueen un’universalità di significato, un monito costante di una storia destinata a essere dimenticata e per questo rivissuta. Un avvicinamento reso possibile anche dalla naturalezza interpretativa di attori come Saoirse Ronan (la Jo di Piccole Donne) e il giovane Elliott Heffernan. Pedine umane in una scacchiera di morte, i personaggi risultano perfettamente in parte, le loro espressioni cariche di emozioni, i loro gesti costantemente calibrati così da avvicinare i propri spettatori, e avvolgerli nel pieno delle loro esistenze. Esistenze a tratti coraggiose, altre fragili, altre ancora minacciate e minacciose; una resa dicotomica dell’anima, sottolineata dagli abiti indossati dalla Ronan: rossi, come quel rosso simbolo di passione (ma anche di fuoco, come quello che distrugge Londra) e azzurri, come quell’azzurro pieno di salvezza e ottimismo (ma anche rimandante a quell’acqua pronta a distruggere vite nello spazio di una metropolitana).

Eppure, come George, anche Blitz inciampa, fino a cadere, durante la sua folla corsa della salvezza. Fin quando si radica nei crismi del war movie, cogliendo le paure, i timori, di una società, il film di McQueen trova il proprio fulcro, il proprio cuore martellante. Una volta che si distacca da quel ritratto d’insieme, concentrandosi sulle tante, troppe, disavventure vissute dal proprio protagonista, Blitz sconfina nell’incredulità, rischiando di recidere quel patto affettivo e narrativo stipulato con lo spettatore.
Quello del regista è una galleria di anime intrappolate in una prigione affrescata di ingiustizie; ma i personaggi di McQueen sono anche uomini, donne e bambini incapaci di sottostare a quell’universo di sofferenze e così corrono, scappano, digiunano, o si muovono nello spazio della vendetta. Simile per intenti e per quella valenza di monito sociale a 12 anni schiavo, Blitz si allontana dal dolore individuale (quello di Hunger, o Shame) per spostarsi su orizzonti più ampi. Eppure, è proprio in questo abbraccio universale, di un bambino che si fa contenitore di minacce, slanci altruistici, di orchi (uno Stephen Graham inquietante) di canti pieni di speranza (le scene di Rita/Saoirse Ronan che si esibisce nella fabbrica in cui lavora sono colmi di commozione) e di quella tavolozza di emozioni di cui il mondo si nutre ogni giorno, che la pellicola perde il proprio baricentro rivestendosi di una carica retorica che non sempre McQueen riesce a gestire.

Certo, l’ottimismo farà sempre a gara con il vuoto dell’anima, così come la luce sfiderà sempre le ombre. Ed è proprio in questi scarti visivi, di corpi esanimi colti in un luogo che era di festa, o di azioni deplorevoli come i furti affidati alle mani di un bambino, che si rivela il vero operato di McQueen: ciononostante, per quanto poco politico, e più spettacolare e favolistico Blitz sia, nel comporre il proprio saggio sull’umanità che (r)esiste anche nello spettro della guerra, McQueen tenta a eccedere, moltiplicando all’eccesso ogni sequenza, sovraccaricando il suo romanzo di formazione con troppe sfide da affrontare, e troppi contraccolpi da subire.
Ha sognato in grande Steve McQueen; lo ha fatto nell’incubo della guerra, dipingendo il proprio saggio umano sulla tela del war movie con fare a volte eccessivo, ma comunque onesto, sincero, come lo sguardo sognatore di un bimbo nel centro del conflitto bellico.
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