Recensioni

Lo abbiamo sempre saputo. Certo, senza mai arrivare a confessarcelo apertamente. Ma lo sapevamo, sapevamo eccome che è in corso una guerra. Un conflitto diffuso, stratificato, sotterraneo, in cui le canzoni – la musica, i suoni – sono armi. E, in quanto armi, ben poco convenzionali. Perché armi, appunto, “sonore”.
Probabilmente quello di Steve Goodman non è un nome che farà balzare il lettore sulla sedia, però forse qualcosa dirà il suo moniker Kode9, con il quale dai 90s in avanti si è guadagnato una statura pressoché mitologica in ambito dubstep, grazie anche alla rivista – poi etichetta discografica – Hyperdub, da lui fondata. Laureato in filosofia, ricercatore, docente, Goodman/Kode9 ha fatto parte del celebre collettivo CCRU, quello di Sadie Plant, Nick Land e Mark Fisher per intendersi. Nel 2009 ha dato alle stampe Sonic Warfare: Sound, Affect, and the Ecology of Fear, che finalmente ci è dato leggere oggi in lingua italiana grazie a Produzioni Nero (la traduzione è di Davide Tolfo).
Di cosa parla? Eh, di tante cose. A partire dal fatto che in campo militare l’attenzione riguardo alla possibilità di realizzare armi sonore è massima, lo è da tempo, tanto che l’utilizzo di “bombe soniche”, frequenze dissuasive e musica sparata a palla nei timpani del malcapitato di turno a scopo di tortura son episodi ben noti. Oppure – tanto per ricorrere a un’immagine assai celebre e nel nostro caso assai emblematica – si pensi alla sequenza di Apocalyspe Now dove gli elicotteri del Nono Cavalleria Avio Trasportati sono impegnati a diffondere sulla giungla vietnamita la Cavalcata delle Valchirie, per il ludibrio del famigerato e indimenticabile Colonnello Bill Kilgore. Questo per ribadire iconograficamente quanto il connubio musica=terrore è, in una prospettiva militare, perfettamente concreto, consolidato. E in evoluzione.
Insomma, come sostiene Goodman: “il suono è un’arma”, e in quanto tale trasla nelle dinamiche dell’intrattenimento, trasformandosi cioè in arma di seduzione, anzi di “coercizione psicoacustica”, con l’obiettivo di perpetuare “un’ecologia della paura”. Si tratta, come detto sopra, di una vera e propra guerra, invisibile e senza quartiere, che però non è priva di contendenti: musicisti, produttori e dj ingaggiano da par loro una contro-guerriglia a base di frequenze, ritmi e sincretismi sonici per sabotare i meccanismi che, per farla breve, controllano le nostre vite.
Inizia da qui, più o meno, un congetturare rapsodico e trasversale che chiama in causa Futurismo e Afrofuturismo, col correlato concetto di futuritmacchina, poi avanti tra anarchitetture vibrazionali, audiovirologia, ritmanalisi e tutto un armamentario concettuale finalizzato a decifrare i codici e penetrare il cuore del suono in cui viviamo (cit.), la sua natura fintamente interlocutoria e innocua, da Muzak interstiziale.
L’argomentare di Goodman non è, come dire, divulgativo. Può anzi apparire cervellotico e astruso, ma a ben vedere prende le mosse da un dato di fatto palpabile, ovvero che ogni oggetto, ogni corpo, per la sua natura concreta è di fatto un ricettore e produttore di suoni, effettivo o potenziale. In altre parole: niente e nessuno può sottrarsi all’affettività sonora:
Tutte le entità sono potenziali media che possono sentire, o le cui vibrazioni possono essere sentite da altre entità. Si tratta di una forma di realismo, per quanto strano, agitato e nervoso esso sia
Un concetto tutto sommato semplice alla base di questo saggio denso e intenso, nel quale hai l’impressione che si parli più o meno di tutto, a partire dalla percezione del tempo, visto come sintesi tra istanti e continuità, ovvero – rifacendosi al filosofo Alfred Whitehead – un “continuum estensivo”, sorta di “anarchitettura ritmica che unisce il discreto e il continuo”. Si tratta di un passaggio importante perché introduce un concetto mai tanto cruciale come oggi, quello della misurabilità, che l’autore strappa alla ditattura del digitale e consegna a una dimensione più sfumata, eppure più attendibile e potente. Citando ancora Whitehead: “La vibrazione è il ricorrere del contrasto dentro l’identità del tipo. L’intera possibilità di misurare nel mondo fisico dipende da questo principio. Misurare significa contare le vibrazioni.”
Quelle stesse vibrazioni che agiscono nel profondo, ci agiscono, ci rendono bersagli di una vera e propria “softwar” attarverso l’utilizzo di “earworm”, meme sonori che si impiantano nei nostri circuiti neuronali. Una mnemotecnica sonora con cui il capitalismo “modula il desiderio di futuro attivando il futuro nel presente”.
Citando il pensiero di Kodwo Eshun, Simon Reynolds, Gilles Deleuze e Steve Barrow tra gli altri, Goodman ci fa attraversare scenari, ipotesi, rivelazioni, possibili strategie di resistenza, tuffandosi senza timore nel cuore opaco della realtà contemporanea, tanto più difficile da decifrare (e da percepire) quanto più i suoi meccanismi dimostrano efficienza, diffusione, sistematicità.
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