Recensioni

Chiamatela coerenza, se volete. La verità è che sono più di quindici anni che Françoise Cactus e Brezel Goring ci deliziano con la loro formula a base di trash pop, canzone d’autore, punk e attitudine cosmopolita. Nel frattempo, le mode sono cambiate e la formula che agli inizi dello scorso decennio sembrava la più cool in circolazione ha subito più imitazioni della Settimana Enigmistica.
La progressiva normalizzazione, iniziata col pur valido Musique Automatique, aveva fatto sì che l’ultimo Paris Berlin procurasse qualche mal di pancia ai fan della prima ora, e Baby Ouh, l’ottavo album di inediti giocato anch’esso al ribasso, non sarà certo quello che riporterà indietro le lancette dell’orologio. Negli anni Françoise, da suadente chanteuse ha finito per assomigliare a quella gattara della mia vicina di casa, mentre Goring è sempre più il moscone da bar di bukowskiana memoria. Morale della favola: il punk è solo un ricordo di gioventù. I nuovi brani risultano tanto più convincenti quanto più volano bassi sui binari di un freschissimo easy listening e di un electropop danzereccio.
In questa appiccicosa verve troviamo l’appeal immediato di Illegal (il guilty pleasure a cui difficilmente rinunceremo) e la cover di No Controles dei one hit wonder Flans (una cosetta dalla melodia infantile che canticchiavo a dodici anni e che ora, accidenti a loro, non riesco più a togliere dalla testa). Sul versante pilota automatico invece c’è sicuramente l’europop della title track, con tutto che quando tirano improvvise zampate (come nel caso dell’electro a 8-bit di Alaska o della frenesia da patchinko di Elles Te Bottent,Mes Bottes?), i nostri dimostrano d’essere vecchi leoni con le unghie ancora ben affilate.
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