Recensioni

Nel 2017, quando Georgia Maq e le Camp Cope scrivevano i brani di How to socialize and make friends, il movimento #metoo era probabilmente sul punto di nascere. Poco tempo dopo sarebbe diventato quel fenomeno socioculturale che, inondando in maniera virale dapprima le bacheche e poi le piazze di tutto il mondo, creerà un’ideale catena solidale tra le donne vittime di abusi e molestie. L’anno dopo, le tre australiane aprivano il loro secondo lavoro in studio con The Opener, brano in cui citavano in maniera esplicita frasi a loro rivolte da uomini in occasioni preliminari all’organizzazione delle line-up di festival e concerti: «It’s another man telling us we can’t fill up the room. It’s another man telling us to book a smaller venue. Nah, hey, cmon girls we’re only thinking about you. Well, see how far we’ve come not listening to you. Yeah, just get a female opener, that’ll fill the quota». L’onda lunga di #metoo, nato dalle accuse mosse ad Harvey Weinstein, accendeva i riflettori anche sul sessismo nell’industria musicale e dava vita, insieme ad artiste come Courtney Barnett, Sarah Blasko, Tina Arena, al movimento tutto australiano #menomore. Uno slancio deciso verso un futuro migliore (a cominciare dalla diversa scelta del nome) nutrito da una forte propensione al cambiamento.
Beware of the dogs, album d’esordio di Stella Donnelly, vive la sua gestazione proprio in questo contesto rinnovatore, antireazionario e progressista. L’approccio dell’artista di Perth è diretto e urgente, esattamente come era stato nell’EP Thrush metal del 2017: il grido liberatorio di Mechanical Bull «I need to be alone, you’ve been at my throat» è la naturale premessa a Boys will be boys. Intorno a questo pezzo, presente in entrambi gli album, ruota già la breve carriera della Donnelly. Il tema della violenza sulle donne e dello stupro cerca di andare oltre la compassione e la semplice condanna, prendendo di mira l’errore più comune e ricorrente in questi casi: la presunta provocazione («Why was she all alone, wearing her shirt that low?») che dà luogo alla violenza e, in maniera ipocrita, la giustifica («They said, boys will be boys, deaf to the word no»). Soffice e malinconica, affilata e densa, Boys will be boys è figlia legittima di Angel Olsen e Laura Marling, e di quel raccoglimento folk che tira a lucido la voce.
La title track, una ballata indie di matrice Big Thief, serve a ricordarci che ciò che muove una riflessione deriva inevitabilmente da ciò che si respira quotidianamente: «There’s an architect setting fire to her house, all the plans were there, but they built it inside out. No one will endure what the sign told them they would» è un’aperta critica al governo. Ma pensare che Beware of the dogs sia solo un disco di rabbia sarebbe un errore: dentro c’è anche ironia, coscienza, spiritualità, amore. La velocità con cui la Donnelly maneggia temi diversi è la stessa con cui passa in rassegna Mitski, Courtney Barnett (e anche Kurt Vile), Shura e perfino Jenny Hvar. Lunch e Season’s Greetings raccontano l’alienazione e la nostalgia, un po’ come Barnett in Sometimes i sit and think («We got years to waste. You got lots of persuasions, and time to explain but I’ve only got time for lunch»), Allergies è il manifesto della fine di un rapporto, Tricks stigmatizza la dualità nei rapporti, non ultimo quello tra artista e pubblico («You only like me when I do my tricks for you»).
Se la carne al fuoco può legittimamente sembrare troppa, a promuovere a pieni voti la Nostra contribuisce la sua personalità multiforme e spavalda, che riesce a tenere insieme varie istanze, senza che nessuna mai prevarichi l’altra. Ne nasce un prodotto versatile, agile e valido sia per cuori infranti che per delusi dalla contemporaneità. Se l’urgenza espressiva è un’arma a doppio taglio, qui il coltello è senz’altro dalla parte del manico. Stella Donnelly non è una rivoluzionaria e il suo album non ha la pretesa di cambiare tout court l’industria musicale e i suoi protagonisti. È piuttosto un auspicio a superare gli stereotipi, le disparità di genere e molti modi occidentali di osservare il mondo: in altre parole, un elemento importante di un movimento che si fa sempre più grande e che non ha paura di gridare che tante, troppe cose non funzionano. Beware of the dogs è una piccola Stella, non più sola ma parte di un firmamento sempre più fitto.
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