Recensioni

Nel 2025 non è raro, se si decidesse di farsi un giro per siti specializzati o meno, podcast o tour teatrali, imbattersi in racconti aggiornati, rimescolati o inventati sul Mostro di Firenze. Nessun altro caso di cronaca nera nel nostro Paese ha toccato e stimolato, nel corso degli anni, l’immaginario popolare come quello del “serial killer delle coppiette”, diventando man mano una sorta di punta di diamante del mondo crime che in Italia continua a raccogliere consensi larghi e trasversali.
Questo è senza dubbio uno dei motivi per cui Netflix e Stefano Sollima si sono messi insieme per dar vita a Il Mostro, serie composta da 4 episodi, presentata in anteprima mondiale all’82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia e ora in streaming nel catalogo della piattaforma. Uno dei motivi principali, ma non è l’unico e forse neanche il più importante.

Per affrontare la storia, Sollima – insieme a Leonardo Fasoli – decide di non concentrarsi sulle indagini sul campo e neanche sul lungo processo che ha coinvolto i nomi più noti quando si pensa alla vicenda, come Pacciani o i cosiddetti compagni di merende, ma opta per approfondire la meno nota “pista sarda”: quella che lega l’omicidio Locci/Lobianco del 1968, che vide coinvolti membri delle famiglie Mele e Vinci, a quelli attribuiti al mostro a causa della pistola adoperata, una Beretta calibro 22.
Ciò consente all’autore romano non solo di mostrare allo spettatore un aspetto poco conosciuto, adottando un punto di vista nuovo su una storia raccontata più volte, ma anche di approfondire tutta la parte antropologica legata alla figura del mostro. Quella che ha poi preso il nome di mostrologia, cercando di dare un approccio scientifico agli studi sulla psicologia e sull’ecosistema in cui si muovono figure così oscure, affascinanti per molti.

Questo è presumibilmente il secondo motivo che ha stimolato le menti di Sollima e soci, anche perché, se è vero che l’approfondimento del mondo criminale è stato il motivo d’essere della carriera del cineasta, è altrettanto corretto presumere che l’occasione di approfondire quello legato al mostro rappresentasse per lui un’opportunità imperdibile, seppur non di semplice realizzazione.
Si opta per una struttura complessa, che dalle indagini del 1985, condotte dal pool di Silvia Della Monica (Liliana Bottone), torna indietro ogni volta fino al 1968, descrivendo la vicenda attraverso i punti di vista dei quattro indagati principali. Quindi uno per ogni episodio, in una fusione tra trama orizzontale e verticale in stile monografico, con la duplice funzione di raccontare il presente degli anni ’80 e rileggere ciò che è stato.

La parola d’ordine per un impianto del genere è incertezza, sia riguardo a ciò che si mostra sia riguardo a chi mostra, in questo caso Stefano Mele (Marco Bullitta), Giovanni Mele (Antonio Tintis), Francesco Vinci (Giacomo Fadda) e Salvatore Vinci (Valentino Mannias).
Il nucleo sta in un racconto corale che però ha lo scopo di dare corpo a un’unica figura, astratta, aeriforme, inafferrabile e quindi ancora più inquietante: Il Mostro. Così arriviamo finalmente al motivo principale che sembra aver attratto Stefano Sollima: far fare un salto di qualità al character drama nella serialità italiana, creando un “character” fatto della stessa sostanza di cui sono fatti gli incubi.

La serie delinea il profilo di un mostro che nasce nelle province italiane del Secondo Dopoguerra e che ha i volti di uomini tornati dal fronte e dei loro padri, distorcendo i volti di una società costruita a loro immagine e somiglianza. Un personaggio dai mille volti che si annida nei cuori e nelle menti di persone che consumano violenza e sopraffazione dentro le mura di casa, dando sfogo a una logica di violenza subita in passato, la stessa che ha oppresso e stigmatizzato i loro desideri e pulsioni sessuali. Le vittime stanno sia da una parte che dall’altra, ma i corpi senza vita sono quelli della parte più debole. Ecco perché le donne, ecco perché i giovani.
Il Mostro è quindi un tentativo di uscire dai margini convenzionali delle serie nostrane, cercando un ibrido che coinvolge anche lo spirito antologico. Non tutto riesce sempre nel modo migliore, ma il titolo, nella sua concezione teorica – più riuscita di quella da intrattenimento – resta affascinante. Alla lunga, Sollima riesce a trovare un senso anche storico al suo disegno.
A completare l’atmosfera della serie c’è la colonna sonora di Alessandro Cortini (a cui abbiamo dedicato una recensione a parte), scurissima e pervasiva, capace di accompagnare ogni scena con temi minimalisti e inquietanti, rendendo palpabile la tensione e il male primordiale che aleggia sulla vicenda.
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