Recensioni

Dici band canadese e l’automatismo scatta naturale: Arcade Fire, Broken Social Scene, Wolf Parade… insomma, tutto ciò che abbia a che fare, anche solo tangenzialmente, con quel calderone che chiamiamo indie. In effetti gli Stars non fanno molto per prendere le distanze dal filone, però vi hanno sempre aderito in modo delicato, sincero, discreto e tutto sommato gradevole.
A cinque anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio, There Is No Love In Fluorescent Light, il sestetto di Montreal torna con un nuovo disco che – dicono loro – hanno provato a registrare durante la pandemia ma alla fine hanno preferito incidere in presenza assieme a Marcus Paquin e Jace Lasek (The Besnard Lakes). E il senso di comunità, come vuole la tradizione – e forse un po’ anche il luogo comune – dei collettivi musicali canadesi, si respira forte in From Capelton Hill.
L’abbandono di ogni individualismo a favore del gruppo, la compartecipazione, la democrazia interna, la condivisione di oneri e soprattutto onori tra tutti i componenti, sono concetti mutuati a piene mani da certo rock di inizio XXI secolo – e segnatamente da quello del paese con la foglia d’acero rossa nella bandiera – fino a farli diventare quasi una categoria del pensiero, uno stato dell’anima. Anche la sufficienza è un ordine dell’intelletto e gli Stars lo approvano appieno, guadagnandosela abbondantemente pure a questo giro.
Ampiamente ascoltabili, per dire, sono i due singoli che hanno anticipato il nono album della formazione capitanata da Torquil Campbell: Pretenders, classico brano à la Stars che se vi sembra rendere omaggio non solo nel titolo alla storica band di Chrissie Hynde non vi sbagliate, e Snowy Owl, dolce ballata per chitarra e pianoforte. Ma ottime trame emergono anche dalle altre dieci tracce del lotto: da Back To The End, anche questa ballad prevalentemente acustica in cui le voci di Campbell e della chitarrista Amy Milan (per lei anche strette frequentazioni in orbita Broken Social Scene) danno vita a un grazioso e metaforico balletto, a That Girl, ulteriore lentone dai marcati accenti 80s (elargiti a profusione anche in Hoping e If I Never See London Again) sorretto da synth e tastiere, alla ballabilissima Build A Fire che riesuma certi sbarazzini pruriti funky/calipso dei Fanfarlo, fino alla springsteeniana To Feel What They Feel e alla title-track, che se il termine ha ancora senso nel 2022 è quanto di più pop si possa ascoltare in un disco del genere.
Per concludere, il nuovo Stars è accessibilissimo e si lascia ascoltare con piacere; da quest’altra parte si accoglie benissimo pur senza strapparsi i capelli, ché per i miracoli non basta appellarsi alle Stelle.
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