Recensioni

7.3

La musica degli SQÜRL del regista Jim Jarmusch e del produttore Carter Logan ha sicuramente a che fare con l’immaginario filmico. Una circostanza all’apparenza ovvia – un cineasta in formazione e diverse realizzazioni di colonne sonore – eppure funzionale solo a patto di rapportarla alla visione dell’autore di Coffee and Cigarettes: quella capacità di raccontare la vita attraverso dettagli minimi e per lo più casuali, elementi che protraggono il racconto esistenziale in modi mai prevedili eppure sempre significativi.

Da questa prima riflessione emergono due elementi: nessuna concessione alle comfort zone e una capacità di attraversare immaginari differenti attraverso il peso del ricordo pur restando ben ancorati all’irriducibile materialità del suono. Un dopo rock dal forte potere evocativo capace di tratteggiare un passato che ritorna alla memoria, ma come accadrebbe a qualsiasi persona mentre guarda fuori da una finestra o scorre il panorama guidando l’auto.

Un suono che stimola una sorta di capacità onirica realista e visionaria allo stesso tempo. Risultato ottenuto con tonalità forti ma dai lembi slabbrati, sfasature imperfette come l’attesa di rivivere sulla propria pelle la febbrile percezione di ciò che è stato per dare senso alla quotidianità. Nostalgia? Anche, ma nondimeno inquadrata in una cornice che vuole scorgere l’orizzonte verso cui ci si dirige.

Dal Nick Cave di Let Love In prodotto audacemente come avrebbe fatto un Badalamenti (Queen Elizabeth, She Don’t Wanna Talk About It) al mix di sgraziati riff metallici, fondali di feedback e barlumi d’elettronica povera per paesaggi nebbiosi (Berlin ’87), passando per lo spoken word da rock dell’apocalisse (The End of the World) e tenebrose linee coheniane rilette in chiave western (Queen Elizabeth), e fino a fumosi desertismi in slow motion sporcati di blues elusivo dalla sei corde di Marc Ribot (Il Deserto Rosso). Un discorso variato ad arte attraverso partiture dreamy da titoli di coda a trasportare gli armonici di Ribot in Garden Of Glass, oppure conferendo una fredda luminosità al recitato di Charlotte Gainsbourg di John Ashbery Takes A Walk, una traccia di psichedelia meditativa in cui i versi dell’autore della New York School Poets si posano tra armonie sabbiose, percussioni ancestrali ed elettronica minimale e cristallina.

Tra citazioni shoegaze, drone chitarristico e blues rock, la title track allude a sensazioni sfuggevoli e inquiete chiudendo un album all’apparenza collaterale eppure carico di vissuto più di quanto si possa immaginare.

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