Recensioni

Dev’essere l’anno delle cover questo, visto che dopo aver recensito l’ultimo Becuzzi e la sua autobiografia in forma di omaggio (DeepeR), tocca ora ad altri fenomeni del sottobosco italico, ovvero gli Splatterpink, prime mover del jazz-core e irriverenti protettori del made in italy più beceramente pop. I 12 pezzi di questo auto-ironico sin dal titolo “best” (o worst, a seconda delle prospettive) della musica italiana sono infatti, con rarissime eccezioni (salvo personalmente solo la Centro di gravità di Battiato e Disperato Erotico Stomp del conterraneo Dalla, ma anche queste sono quantomeno sovraesposte), una discesa nell’incubo di qualsiasi underground kid, bombardato ad ogni passo da canzonette di uno scialbo e di un banale da imbarazzarsi per chi le componeva oltre che per chi le recepiva cantandole pure senza remore in bar, negozi, autogrill e non-luoghi vari.
Dopotutto basta scorrere i nomi coinvolti per rendersi conto del lavoro svolto da Diego D’Agata and friends: Baglioni con l’immancabile inno allo stalking Questo piccolo grande amore, l’abusata hit mondiale Gloria di Umberto Tozzi, lo sfigato Masini col suo inno ribelle Vaffanculo, i purtroppo rivalutati da Rockit 883 con l’immancabile tormentone Hanno ucciso l’uomo ragno (evidentemente sbagliando obiettivo), l’inno alla ribellione sessuale a.k.a. evviva l’ammucchiata di Renato Zero e la sua Triangolo, il rocker da due accordi perennemente uguali Ligabue con la sua hit indiscussa Balliamo sul mondo (evidentemente in decomposizione), un insolito e quasi apprezzabile Vasco Rossi con Asilo Republic e altri ancora che evitiamo di citare per non togliere al lettore/ascoltatore la sorpresa di sguazzare nel torbido. La resa, ovviamente, è in perfetto Splatterpink style, ovvero basso isterico e steroideo, batteria ipertrofica e mobile, chitarra acida e tagliente, una generale de-composizione degli arrangiamenti originali e lo sberleffo serio sempre in primo piano.
E sì, al netto di tutto, i pezzi originali ne guadagnano, almeno all’orecchio di chi scrive, che mai e poi mai si sarebbe sottoposto a simile tortura se non vi avesse intravisto sì, la schiettezza, la ferocia, il sarcasmo del quartetto bolognese ma soprattutto la capacità di tirar fuori il meglio da pezzi in cui il meglio non c’è. Un solo esempio: Triangolo sin dall’attacco diventa una specie di litania funebre dark-jazz-core pronta a venire shakerata da improvvise esplosioni math-free-core. Stando alle loro parole questo The Best Of Italian Music dovrebbe essere una sorta di “vendetta collettiva”; beh, che dire se non che il risultato è stato raggiunto?
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