Recensioni

Il termine “supergruppo” fa tremare i polsi a moltissimi ascoltatori: infatti sono stati pochissimi i casi del genere, nella storia recente del rock, a convincere e a mantenere le premesse e le dovute aspettative. Se metti però quattro stakanovisti convinti, mirabili artigiani del suono, nonché teste coronate del rock scandinavo, in una sala prove, anche per pochi giorni, e gli dai il tempo di accordare gli strumenti e partire, potresti ottenere un risultato che vada oltre le aspettative: i norvegesi Spidergawd – tra le cui file militano Bent Saether, voce e basso dei Motorpsycho, e il batterista Kenneth Kapstad, che proprio nei Motorpsycho, fino a pochi mesi fa, sedeva dietro le pelli – si pongono come bizzarra eccezione in questa categoria “funesta”; non tanto per la qualità in sé di ogni singolo interprete, che è senza dubbio incontestabile, quanto per la vera forza che si cela dietro a questo progetto, ovvero il suonare senza troppe pretese, lo scavare con atteggiamento scanzonato e vagamente cazzone fino alle radici più profonde dell’hard rock e del blues elettrico, producendo peraltro, fin dalla nascita del progetto avvenuta quattro anni fa, ben quattro album in studio.
Un album che esce ogni inizio anno, come una tassa, e l’ultimo di questi quattro, numerato come gli altri e con solita copertina psicotropa a corollare il pesante pasticcio di heavy psych, che ci ripropone una band in gran forma, ma senza sforzarsi troppo: i vocals di Per Borten e i suoi riff rievocano l’età aurea del rock ‘n roll puramente seventies, che si barcamena tra i Kiss di Destroyer (l’opener Is This Love?) e gli ZZ Top (Heaven Comes Tomorrow), ma a tratti riportano alla mente i divertissement targati Spinal Tap (I Am the Night). L’approccio è quindi, come nei capitoli precedenti, quello passatista e nostalgico dei chitarroni a zampa d’elefante, eppure certi passaggi paiono usciti dalla mano di Josh Homme, piuttosto che da quella di Richie Blackmore (What You Have Become), mentre l’atmosfera che infonde l’album è quella che maggiormente rispecchia l’indole di questo progetto, nato con il pretesto di suonare e divertirsi tra un impegno e un altro, né più né meno: se proprio la spontaneità vince e rimane in primo piano, per contrasto è l’immancabile “brano lungo” del lotto a patire e a mostrare un po’ più la corda (What Must Come to Pass), ma in generale l’album, alla fine del suo seppur piacevole ascolto, lascia trapelare un passetto indietro rispetto alle tre prove precedenti, sicuramente forti di maggior freschezza e ispirazione.
Disco, quindi, che farà storcere il naso a chi in questo side project cerca le atmosfere solenni e i passaggi intricati di certi Motorpsycho, ma consigliatissimo ai molti patiti di hard rock quello giusto, agli stonerheads e a tutti coloro con il santino di Jimmy Page nel portafogli.
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