Recensioni

Per sopravvivere con dignità al volgere dei tempi, e cioè all’elettronica e alle sue modalità di fruizione, sempre più di frequente il rock si dilata e rilancia sotto nuove forme le ripetizioni e il futurismo meccanico del krautrock. Di questo partito sembrerebbero gli inglesi Spectres: in uscita in questi giorni per Sonic Cathedral, il loro debutto Dying è un lavoro ipnotico, rumorosissimo e compatto, e alla fine coeso e convincente.
I ragazzi vengono dall’agreste Devon, ma hanno trovato a Bristol la loro dimora elettiva, nel bel mezzo di una scena viva e variegata. Una città in fiore, un giardino hipster fatto di ambientalismo e gentrification, attivismo e piccola imprenditoria creativa – insomma, pochi spicci ma un entusiasmo sfacciato. I quattro fondano così l’etichetta Howling Owl (The Naturals e Oliver Wilde, tra gli altri), e soprattutto diventano animatori di una miriade di serate gloriose a cavallo tra elettronica e noise. Rispetto ai loro più celebri vicini di casa, dal Pop Group agli Young Echo, la loro musica pare insensibile alla tradizione dub e rimpalla invece i drone di Big Naturals e Fuck Buttons. Il loro rock è fatto per sottrazione: la melodia è sommersa dal rumore, le chitarre hanno funzione quasi esclusivamente estatica, il ritmo è dritto, incalzante. A sentire i tripudi di feedback, qualcuno dice shoegaze: non sbaglia, seppure qui la miscela sia più fisica che onirica, più terrena che cosmica. Malgrado alcune idee riportino alla mente i primissimi Jesus & Mary Chain e A Place To Bury Strangers, il collante della loro arte è appunto un martellare kraut ostinato e crudo. Musica in larga parte rivolta al passato, ai tardi anni ’80 in particolar modo, ma capace di dispiegarsi come puro beat per una generazione di pischelli cresciuti con l’elettronica. Come evento, ancor più che come composizione sonora.
Dying è quasi un concept album sul soffocare – così come efficacemente rappresentato dal bell’artwork. Tra echi di Sonic Youth (Sink), distorsioni parossistiche e gorghi ritmici (tra tutte, segnalo gli scampanellii di Mirror), la visione degli Spectres è idealmente imparentata con le interminabili jam di Cosmic Dead e i timbri acidi di Gum Takes Tooth. Benché ossessivo e monocromo (e talvolta un po’ prolisso), il disco cerca una mediazione tra la corporeità delle loro torrenziali esibizioni live e una scrittura tutto sommato solida. I picchi? A mio parere l’iniziale Where Flies Sleep, la scurissima Blood In The Cups e la chiusura, dedicata alla lunga trance di Sea Of Trees. Un esordio significativo, un nome da tenere d’occhio.
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