Recensioni

7.2

Sono passati quattro anni da quando l’allora 19enne irlandese Jack Hamill pubblicò il primo album Unidentified Flying Oscillator su Acroplane Recordings e, soprattutto, un singolo (The Love Quadrant, Kinnego Records) che lo rese noto al pubblico e alle riviste di settore. In quel momento si parlava di una miscela di space disco e synth funk, un connubio poco comune quanto intrigante di un’epoca ultra saccheggiata lungo tutti i 00s, ovvero i fine 70s e gli inizi degli 80s. Da allora, Hamill non è rimasto fermo: è salito sulla navetta R&S, ha fatto uscire due LP (Temporary Thrillz nel 2010 e The Pathway to Tiraquon6 nel 2011), creato la propria etichetta (Basic Rhythm), ricevuto i plausi di FACT Magazine e Resident Advisor e, non ultimo, architettato la sceneggiatura per l’album in questione. Nel 2011 riceveva una calorosa accoglienza anche da noi, presenziando al robot04 di Bologna, al C2C e al Movement Torino Music Festival (occhio che il 22 marzo ritornerà a Roma all’L-EKTRICA).

“Get ready for a new experience in galactic funk” è il motto della nuova avventura, e se è vero che il contesto futuristico rimane invariato, come del resto le scenografie in simil-Blade Runner (anno 2357, per la precisione), è vero anche che l’autore ci invita in uno sfondo elaborato, soprattutto dal punto di vista narrativo, ripresentandoci il suo alter ego, Mr. 8040. Quest’ultimo è una sorta di controllore spazio dimensionale e blackissimo narratore delle tracce, in viaggio nel tempo verso il pianeta Mikrosector-50 tra incontri notturni, delusioni d’amore, droghe e il desiderato arrivo al pianeta natale.

Un plot ironico/stravagante che si traduce in un ubriacante caleidoscopio cosmo-electro funk che scava tra le fondamenta industriali di Detroit e il future-funk di precursori hip hop come Herbie Hancock (Mr.8040’s Introduction, “Mikrosector-50, Mankind’s New Home”), senza dimenticare le lezioni funk targate Prince (Welcome to Mikrosector-50, “Home to Emptiness”). Il taglio space-funk ed electro-break non è un caso singolare, forte del richiamo dei Newcleus di Jam On Revenge e, non ultimo, Afrika Bambaataa. Il contesto rievoca a gran voce anche Jimmy Edgar, di certo non estraneo a vocioni pitchati e funk, e prendendo spunto dall’industrialità di quest’ultimo (con quel personale atteggiamento afro-futuristico), ostenta quell’odierna nostalgia al kraut spaziale tipico degli anni Settanta (Confusion on the Armament Home“Answers from Max”).

Nel disco si passa dall’atmosfera psych-ambient artificiale, minimale eppur trasfondente (2357 A.D., un mistico richiamo ai Boards of Canada), al soul ambientale cibernetico – dove le riflessioni del protagonista vengono accompagnate da un mood di completo isolamento causato dal continuo riverbero dei synth e dal richiamo prog (When Your Love Feels Like It’s Fading, dove le chitarre ricordano gli Asphodells) -, i ritmi acidi (Rising) e la disco struggente (You Can’t Have My Love).

Il fatto che l’autore abbia cercato di giocare più sul fattore del coinvolgimento narrativo attraverso le risonanze, rispetto alle singole tracce strumentali, non sempre gioca a suo favore. La fuga dalla realtà di Jack Hamill, tuttavia, è ben studiata (nonostante la presenza di brani dei suoi lavori precedenti) e riesce a plasmare piacevolmente l’intenso calore del mondo funk all’alienante battuta techno di Detroit con voice coder robotico e un TR-808 marziano. Il fascino sta proprio in questo: Welcome to Mikrosector-50 fa da contenitore groove a tutto quello che siamo stati costretti a ricercare singolarmente negli ultimi trent’anni e il risultato è una vera e propria macchina del tempo.

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