Recensioni

È passato sinora abbastanza sottobanco, il debutto dei Soft Hair. Eppure abbiamo a che fare con otto tracce, in qualche modo, perfette (sei vere e proprie canzoni, tutte potenziali singoli, e due intermezzi strumentali d’atmosfera). Otto tracce che non inventano niente, d’accordo, ma riescono a unire pop, psichedelia, funk, soul ed esotismi assortiti con esiti infettivi. Al primo ascolto, gradevoli e nulla più. Dal secondo ascolto in poi, capaci di regalare innumerevoli sfumature, piccole alchimie magiche: nell’alternanza delle voci, nell’incastro fra soluzioni concrete e digitali.
Conosciutisi in tour nel 2009, Connan Mockasin (all’attivo, gli album Forever Dolphin Love e Caramel) e Sam Dust (ex Late Of The Pier, adesso LA Priest con l’esordio Inji dello scorso anno) sembrano divertirsi un casino. La somma, pazza, delle loro esuberanti personalità trova casa nelle sottoetichetta di Domino, Weird World. Ed è un weird weird world, giustappunto, quello in cui ci addentriamo qui.
Relaxed Lizard parte con quella gomma melodica che potrebbe mettere d’accordo il Neon Indian multicolor e il classico Prince più sensuale, tra falsetto e cantati leggermente più profondi. Jealous Lies incede con fare liquido, quello che Kevin Barnes degli of Montreal persegue da una vita e che aveva centrato abbastanza di recente con l’R&B contemporaneo di False Priest, prima di aprirsi a tastieroni celestiali. Se A Good Sign è ballad dolcemente propiziatoria e In Love le va dietro con registro stordito/stordente, Lying Has To Stop – trainata da un video dove i Nostri compaiono con chiome fluenti e petti (poco) villosi al vento – rialza il tasso di groove in un gospel caleidoscopico a metà strada tra Super Furry Animals e ultimi Tame Impala, mentre la filastrocca fiabesca Alive Without Medicine riporta addirittura alla memoria la lezione dei Talking Heads, toccando difatti corde meticce.
Alcuni imputeranno ai due una certa artificiosità, ma in realtà riesce loro tutto bene. Basta mollare gli ormeggi della razionalità e lasciarsi andare. Impigliati in mezzo a queste morbide matasse sonore, cura dei dettagli e tanti ganci orecchiabili. Un Eden in miniatura che si candida a “chicca strana” del 2016. Niente di imprescindibile, ma al tempo stesso irresistibilmente sfizioso, invitante – come lascia intuire un’androgina copertina (s)cult da plausi, tra serpenti e frutti proibiti.
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