Recensioni

Nata e cresciuta a Derry, Irlanda del Nord, diciotto anni appena compiuti, zazzera rossa e faccino da monello 2.0: questa è Bridie Monds-Watson, in arte SOAK, che arriva al debutto lungo con Before We Forgot How To Dream, ovvero 14 canzoni in bilico tra cantautorato pop e acustico, dilemmi adolescenziali e speranze per il futuro. Visto il suo appeal così fresco ed essenziale, oltre alla giovane età decisamente intrigante per un mercato discografico (quello inglese) alla costante ricerca di nuovi talenti, non stupisce affatto che Rough Trade non abbia perso tempo nel metterla sotto contratto, presentandola come la nuova promessa dell’indie folk/pop di questa stagione. Dal canto suo, Bridie cita Pink Floyd, The Smiths e Joni Mitchell tra le sue maggiori influenze, muovendosi con disinvoltura all’interno di un songwriting che ha poco a che vedere con i suddetti, strizzando l’occhio a certe female singers nordiche (Björk su tutte, ma anche Lykke Li e Laura Marling) e a sonorità acustiche e dreamy arricchite da archi e pianoforte, il tutto condito con quell’estetica fuzzy che la rende piacevolmente trasandata, come se lei, sul palco, ci fosse capitata un po’ per caso, quasi che il sogno di diventare cantautrice si fosse realizzato all’improvviso.
Impressioni confermate anche dall’ascolto di un album che, ad eccezione di un paio di episodi trascurabili, rende SOAK un personaggio degno d’attenzione: a cominciare dall’opening B a noBody – una timida chitarra elettrica, la voce roca ad accompagnare una melodia lieve ma efficace al primo ascolto – c’è nelle canzoni un candore stonato, una fragilità che si mette a nudo senza preoccuparsi dell’ascoltatore. Non è difficile immaginare la giovane musicista chiusa nella sua cameretta (“ascoltando i genitori litigare con un orecchio premuto sulle assi del pavimento”), alle prese con i quotidiani disagi di tutti i suoi coetanei. Cercare di capire che cosa significhi crescere, sperimentare la noia, la confusione, le insicurezze e l’amore. Sensazioni che si fanno palpabili in Blud, con l’acustica delicatamente strimpellata e il cantato incerto, ribadite dalla successiva Wait, altro episodio di cantautorato tenue e cupo, in perfetto accordo con quelle atmosfere sospese e melanconiche rese con grazia in tutto disco. C’è spazio, però, anche per accenti più solari, come testimoniano gli afflati quasi soul di Sea Creatures e Reckless Beahviour – dove pare di sentire l’eco delle Ronettes – o nell’esperimento electro-pop di Shuvels, che evita il rischio della monotonia, come dimostra anche la chiusura affidata a Oh Brother, traccia di oltre sette minuti costruita su dilatazioni strumentali e vocali.
Resta dunque difficile dubitare del talento di questa giovane scoperta, anche se con alcune considerazioni: nonostante una capacità vera e sorprendente nel costruire melodie di impatto e testi non scontati, Before We Forgot How To Dream è un debutto che mostra il suo potenziale ma cade poco prima di far scoccare la scintilla. Una sostanza emotiva sopraffatta da una produzione illustre e a tratti furbetta, a voler evidenziare più la spettacolarità dell’immaginario dell’artista che non le sue canzoni. In altre parole, un melodramma adolescenziale ben costruito, più che la promessa di un’ottima autrice non ancora in grado di svelare tutte le sue capacità. Quindi brava, ma grande, quello ancora no.
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