Recensioni

7.5

L’hip-hop bianco e di matrice avant vive (o ha vissuto e già terminato), negli ultimi anni, una sua infanzia beata e colorata. Clouddead, Buck 65 e Sixtoo sono (stati?) fra i protagonisti di un riposizionamento, al di fuori dal rapping convenzionale, nero o di classifica (leggi Eminem), di quel cantar le parole (o se preferite parlar le canzoni) propriamente detto rap.

Chewing On Glass dimostra, con gran perizia d’effetti drammatici, come un feeling rabbuiato, nero come pece e tutt’altro che svagato, possa ben sposarsi con aperture electro-mutanti da brividi sulla pelle (Boxcutter Emporium pt.I), possenti jazz-noir cibernetici (Chewing On Glass), pose industriali devastanti e apocalittiche, senza mai smarrire l’intimità delle ragioni poetiche di Robert Squire/Sixtoo. Loop, tape delay, scratching, venature da film lynchiano, affinità e divergenze col mondo rock uterino e negativo di fine ’70/inizi ’80 (23 Skidoo, Test Department ecc.), rade incursioni trip-hop (come in Old Days Architecture) sono la cifra stilistica di questo lavoro.

La voce, laddove presente, non fa altro che confondere ancor più il nostro imbarazzo nel catalogare ancora una volta tutto questo armeggiare musicale fra i tanti sottogeneri stilistici quale il rap. Proprio come il blues di Beefheart NON E’ blues, così l’hip hip di mr. Sixtoo sfocia ormai in un domino nulla riconducibile al, presunto, genere d’appartenenza. Non è rock, non è soul, non è industrial, non è electroclash, ma quella di Sixtoo è forse una visione concretizzatasi, omogeneamente, sul dedalo disomogeneo di suoni che da questi generi si potrebbero attingere, per poi riconfigurarne il dna.

Chewing On Glass è il virtuosismo “rovesciato” che non vuole sapere di tornare genere, confidando nel suo restare ‘degenere’.

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