Recensioni

6.5

L’offensiva invernale di una delle label più in assoluto centrale nella rinascita neo-psych, la londinese Fuzz Club Records – casa madre anche dei nostri Sonic Jesus e New Candys, oltre che di molte delle nuove leve non solo made in England, su tutti gli islandesi Dead Skeletons –, si sviluppa lungo l’asse della reiterazione e della cupezza, con tre lavori di tre formazioni già note al pubblico underground.

Per primi quelli più tipicamente hard&psych e cioè i Radar Men From The Moon, quartetto olandese di Eindhoven che si presenta con un quattro tracce per più di mezzora in cui lega trasversalmente ciclicità krauta e disforie p-funk, rimandando come da sigla, ad un immaginario sci-fi di serie b e strutturando la propria musica su una specie di “psych noise power ritual”, come tengono essi stessi a sottolineare. In soldoni bassi rotondi e super-groovey, casse dritte e slanci cosmici, attitudine “espansa” alla Follakzoid, per dire una band molto vicina per aspettative e obbiettivi, e heavyness tangibile e ben rodata che sembra far collidere krautismi vari e dimensioni estatiche da rave underground. Subversive I non è innovativo ma si fa gustare dal primo all’ultimo, a patto che si sia estimatori del genere. (6.5/10)

A ruota seguono i Singapore Sling, band islandese capitanata da Henrik Björnsson (Dead Skeletons) che quasi nulla mantiene nel nome dall’omonimo cocktail e che invece si mostra robotica e cupissima nella sua psichedelia grezza, tutto riverbero e suoni circolari di chitarra, atmosfere claustrofobiche e melodie vocali oscure e annoiate alla maniera del primo Reid. Ecco, prendiamo proprio i J&MC come punto di partenza ma affoghiamoli in un succo melmoso fuoriuscito da qualche club goth dell’Inghilterra del tempo e avremo grosso modo il cocktail amaro fornitoci da Björnsson e soci. In Psych Fuck ipnosi e scazzo, melodie acerbe e ossessive (la nenia di The Underground) e robotico drumming reiterano il verbo dello psych sound del terzo millennio anche se mostrano interessanti spostamenti d’asse quando, in episodi come Dying Alive o Try, virano decisamente verso panorami lugubri e ossessivi alla primi Sisters Of Mercy. (6.5/10)

Infine i mancuniani The Underground Youth, del lotto quelli che sembrano aver fatto il cambiamento più evidente. In questo Haunted, quarto album lungo, la band di Craig Dyer sposta decisamente l’asse portante del proprio sound dal primigenio psych/shoegaze che prendeva molto a prestito dai Velvet e dai citati J&MC, come a dire melodie sensuali annegate in una marea montante di feedback e distorsioni, e lo trasporta in un buco nero post-punk decadente e synthetico tendente al goth. Atmosfere cupe e ambientazioni notturne e malinconiche, completamente staccate ormai dal canone shoegaze e intrise di rimandi al synth-pop più dark possibile, forse eccessivamente ammiccanti ed orecchiabili (la cassa dritta più maledettismo spinto della title track ne fanno una potenziale hit da dancefloor alternative, ma è l’impostazione generale ad apparire troppo morbida) fanno di questo Haunted un passo indietro rispetto all’onesto e ispirato shoegaze dei lavori precedenti. (6/10)

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