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7.3

I tempi della techno da club sono lontani per Angelo Sindaco e Carli Moretti, due figure di spicco nell’underground elettronico bolognese degli anni Novanta. Era il periodo in cui i due dj si aprivano a nuove direzioni nel tunnel della techno, portando musica «diversa» – come si legge in una bella intervista di Christian Zingales su Blow Up di giugno – nello storico Link, loro punto di partenza, e condividendo esperienze con nomi iconici del decennio come «Richard James, Spiral Tribe e le star del Mayday di Berlino». L’incontro tra Sindaco e Moretti in questo Grandi Successi non è però la classica operazione nostalgica di due amici che si ritrovano per una rimpatriata e, tra una birra e l’altra, decidono di fare musica rimembrando i bei tempi passati. Tutto il contrario. L’elettronica di questo lavoro prende solo spunto dai treni dritti della techno per situarsi al livello della riflessione e della stimolazione mentale con scarso, se non nullo, appeal per il dancefloor.

Broken techno, ambientazioni IDM (i pad atmosferici e gli ipnotici dialoghi che addolciscono le velleità hard-techno di Come Sopra), effettistica noise (la tensione cinematica di Città dalle Notti Rosse), claustrofobia post-industriale (Era Meglio Vuoto, La Notte Come una Belva con Matteo Valicelli in abito nero ai synth) fanno da sfondo a spoken word e riflessioni filosofiche e sociali, tra nichilismo (Prospettiva Niente con le infestazioni di droni curate da Manuele Giannini che ci mette anche chitarra e voce) e distopia, per un ascolto stimolante e altamente immersivo in stanze buie e tetre. Come se si trattasse di un’esplorazione in ambienti di club bolognesi abbandonati dove si respira ancora l’aria dell’evasione estatica e delle notti che diventavano mattine (la traccia conclusiva, Morire coi grilli a Ibiza, è una parodia della chill-out ibizenca) con la consapevolezza che il presente è altro. E’ virtualità, sono i social network come nuovi luoghi di incontro e scontro, di pensieri e di bufale: «Ma ragazzi è cambiata la fruizione – si ascolta in un dialogo amichevole in Rivoluzione Moderna – Non conta solo la realtà ma anche la virtualità. Il fatto che tu hai una minchiata in testa, la puoi dire a tutti i tuoi amici contemporaneamente».

Ed è Emilio Clementi, in apertura di tracklist, ad affermare il concept dell’album: «Ciò che turba gli uomini non sono le cose ma i giudizi che essi formulano sulle cose». Musicalmente a emergere, colpire e stimolare l’attenzione è l’ibridazione tra la techno più mittleuropea che detroitiana più legata agli inabissamenti di Basic Channel (progetto amato da entrambi gli autori del disco) e all’industrialità dell’EBM che alle rotondità funk di Juan Atkins, e le oscurità depresse e paranoiche della tradizione post-punk e noise-rock (vedi la presenza degli Starfuckers) insieme agli esoterismi dei Can. Non solo digitale e macchine quindi ma anche la chitarra di Jonathan Clancy (His Clancyness) e le batterie di Valentina Magaletti dei Tomaga (turnista anche per i Raime) e di Matteo Vallicelli (Soft Moon).

Tutto si combina perfettamente nel creare un percorso affascinante, di quel fascino che deriva dal mistero e dal mitologico. Un trip che si muove nel tempo (ciò che resta dei 90s e i tormenti del presente ) e nello spazio (l’underground bolognese) ma che non ha più il sapore dolce dell’evasione bensì quello amaro della profonda riflessione.

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