Recensioni

L’A Perfect Day Festival, per volontà degli organizzatori doveva essere, o almeno ipotizziamo, data la line up e la promozione dell’evento, un tentativo embrionale d’imitazione dei grandi festival d’oltre manica come Reading o Glastonbury e dal punto di vista climatico sicuramente lo è stato: di pioggia ne è caduta nei primi due giorni e il terreno si è trasformato da fitto prato verde ad una distesa erba fangosa a cui l’organizzazione ha brillantemente rimediato domenica distribuendo sabbia drenante nelle zone più critiche.

L’inizio di ognuno dei tre giorni è stato affidato a band giovanissime con al massimo un album al loro attivo. L’inaugurazione spetta ai DZ Deathrays, formazione australiana dal taglio molto più alt-rock di tutte le successive. Il duo – nella pratica quasi un trio in quanto il chitarrista ha lo strumento collegato a due amplificatori per avere in uscita anche il suono del basso elettrico – si muovono su buone sonorità tra il noise dei Death From Above 1979 e lo stoner dei Kyuss; l’impatto è positivo e la folla – giovanissima e presente già da diversi minuti prima dell’apertura dei cancelli – sembra apprezzare.

La doppietta aussie prosegue sotto la pioggia con i The Temper Trap, di tutt’altro genere rispetto ai precedenti. La selezione riprende in equal misura i brani di Conditions e di The Temper Trap, ed è evidente che il live è incentrato sulla figura del leader Dougy Mandagi che, tra balletti  – che sfiorano in taluni punti la breakdance – e bagni di folla, non regala una prestazione sopra le righe nonostante l’esecuzione delle due hit Love Lost e Fader. Causa di tutto ciò, a detta sua, par esser legata all’indigestione del pranzo ma il cantato “a strappi” tra un cambio di nota e l’altra non rende come dovrebbe. Il finale è in crescendo e il vocalist si infiamma quando dopo aver esclamato “Let’s get intense” si produce in quattro esibizioni davvero coinvolte con le tre tracce finali del debut Science Of Fear, Resurrection – dove nella concitazione della performance versa sul proprio tamburo e lo percuote finendo per bagnarsi integralmente – e Drum Song. La chiusura con la nota Sweet Disposition dopo una lunga intro è un tripudio di battimani, salti e cori.

I Two Door Cinema Club si presentano abbigliati da perfetti dandy britannici con diverse anticipazioni dal prossimo disco Beacon, brani che però non hanno il piglio live e i riff math oriented del precedente Tourist History. Ne esce una prova regolarissima che si infiamma all’inizio con Undercover Martyn e This Is The Life e nel finale con What You Know e I Can Talk cui ritornelli sono scanditi dal pubblico che propone i primi cenni di pogo della giornata.

Headliner di venerdì, i The Killers fanno il loro ingresso sul palco alle 22.15 con una scenografia luminosa e un maxischermo nel retro. L’ultimo singolo Runaways è l’opener della setlist, col fulmine della cover presente sotto al synth di un Brandon Flowers sicuro di sé per il quale gli anni non sembrano mai passare (a dispetto dei suoi compagni di gruppo); ottima la prova sia vocalmente – sono lontane le esibizioni al limite della sopportazione ad inizio carriera – che come tenuta del palco. La proposta della serata è un campionario di quasi ogni singolo uscito dai tre lavori in studio oltre ad un paio d’inediti e due cover, Shadowplay dei Joy Division e l’omaggio alla location con Romeo & Juliet dei Dire Straits. Sorpresa nell’encore quando parte Bones – finora mai eseguita nel corso di questo tour – e dei successivi fuochi d’artificio e confetti a corredo; gli apici però rimangono i brani di Hot Fuss con tutte le prime file in singalong per Somebody Told Me e Mr. Brightside.

Il secondo giorno inizia sotto pessimi auspici meteorologici e almeno nelle prime ore l’affluenza non è delle più convinte. Si comincia coi Palma Violets, giovanissimo quartetto con una strumentazione da band di garage atteso all’esordio su casa Rough Trade. Nonostante la frenesia di bassista e chitarrista (entrambi vocalist) sul palco, il tentativo di coinvolgere il pubblico va ad impattare con la qualità dei brani intrisi di sonorità tra Arctic Monkeys e Black Rebel Motorcycle Club che già hanno dato il meglio di sé nella scorsa decade.

Giunge il momento dei The Vaccines, in pratica un recupero data ad un anno di distanza dagli i-Days di Bologna dove dettero forfait a causa dei problemi alle corde vocali di Justin Young che hanno influito – e forse irrimediabilmente compromesso – la performance: ne esce un cantato senza sostegno e per diversi punti non perfettamente intonato, ben evidente su brani melodici come Post Break-Up Sex piuttosto che sulle trascinanti Wrecking Bar e If You Wanna. La proposta comprende anche parecchi pezzi dal prossimo Come Of Age che difettano live del tiro del debut.

Antipasto post-rock dell’esibizione dei Sigur Rós del giorno seguente lo si ha coi Mogwai. La composizione della setlist è incentrata sull’ultimo Hardcore Will Never Die, But You Will arricchita da alcune perle del passato come Killing All The Flies, Hunted By A Freak, Travel Is Dangerous e una Mogwai Fear Satan che finisce per non annoiare i presenti nonostante la lunga pausa-suspance in mezzo che si infrange con il tipico muro di suono in levare per creare l’effetto sorpresa. Da notare una buona prova del sessionist colored che, oltre a districarsi col violino, si è speso anche nella interpretazione vocale di un brano. A corredo di tutto ciò, un gioco di luci parecchio evocativo.

In tarda serata, tocca agli altri artisti di Glasgow in cartello. I Franz Ferdinand fanno il loro ingresso su un palco diventato improvvisamente vintage, con chitarre e amplificatori personalizzati in stile anni ’60. Pur rimanendo impeccabili nel portamento (si segnala un Nicholas McCarthy sempre più simile a Ian Curtis, impugnatura dello strumento ad altezza ascella inclusa, e un Alex Kapranos con camicia a quadri giallo fluo) sul palco i quattro trascinano la folla in un’ora e mezza di pogo continuo, momenti karaoke e un trittico di nuovi brani che seguono la scia intrapresa in Tonight: Franz Ferdinand: c’è tanto synth e il rock si camuffa nelle atmosfere funk e disco, genere tributato in una Can’t Stop Feeling personalizzata con la base ritmica di I Feel Love di Donna Summer. Per il resto ampio spazio a tracks del loro lavoro omonimo e del successivo You Could Have It So Much Better. Tripudio sia prima dell’encore (nella solita parentesi con solo percussioni della coda di Outsiders) che dopo: Alex avvisa che ci saranno altre quattro tracce e inserisce Jacqueline, The Fallen e This Fire urlate a memoria da tutti.

Giunge domenica e l’atmosfera è diversa dai primi due giorni: in primis, cambia l’età media (che si alza di almeno 10 anni) che rispecchia la maggiore longevità di quasi tutte le band della data; inoltre il tempo è più clemente e a corredo c’è un sold-out già da un paio di mesi che si traduce in una folta massa fin dall’apertura dei cancelli (si segnaleranno dodicimila presenze). C’era molta attesa tra i presenti per gli Alt-J, band che in pochi mesi ha riscosso un successo importante con l’esordio An Awesome Wave, riprodotto interamente. La band ripaga con una performance, che a dispetto dell’età media (sono dei giovanissimi postadolescenti nerd dopotutto), denota già maturità e un crescendo espressivo salito con il procedere dell’esibizione.

I dEUS vedono in Tom Barman e Mauro Pawlowski gli alfieri di una prestazione da marpioni del proscenio, capaci di intrattenere con poche frasi recitate anche in italiano tra un brano e l’altro. I belgi ripercorrono l’intera discografia con almeno un pezzo ad album privilegiando gli ultimi due in studio e il sophomore In A Bar, Under The Sea. La prova è buona e, nonostante il genere possa risultare indigesto, superata l’ora di concerto si arriva tranquillamente al gran finale con l’ipnotica Suds & Soda e Roses a conclusione.

Della Mark Lanegan band a stupire è il fatto che, a dispetto di ogni altro gruppo importante (salvo Mogwai), i musicisti fanno personalmente il set-up degli strumenti sul palco. Poco dopo entra Mark e le luci rosse immerse nel blu sono solo per lui, ancorato per tutto il tempo al microfono. Un’ora tirata, senza pause e iniziata con Blues Funeral con 4 cover di cui una degli Screaming Trees. Gran merito va dato ai volumi e al chitarrista che mantengono viva l’attenzione per un artista che dalle intenzioni sembra voler fare altro piuttosto che salire su un palco, e lo dimostra la frettolosa uscita di scena quasi senza salutare. Ne rimane una discreta espressività facciale e una voce che, specie sulle ottave basse, è ancora capace di creare buone vibrazioni.

Culmine della tre giorni è il ritorno dopo quattro anni dei Sigur Rós in Italia. Il palco si riempie di strumenti e musicisti (oltre alla band sono presenti le islandesi Amiina, spesso in tour con loro) mentre tre megaschermi vengono innalzati e settati per riprodurre visual in bianco e nero; durante l’esibizione anche le torri del castello diverranno parte integrante della scenografia con l’ombra di Jónsi proiettata sulle pareti.

L’intro è Í Gær dal doppio Hvarf-Heim, che insieme ai brani di Valtari rappresentano le new entries di questo tour. Il brano fa capire subito che sarà una esibizione più scura delle precedenti del 2008, orfana dei brani prettamente pop di Með suð í eyrum við spilum endalaust (è presente solo Festival che è la suite post-rock del disco) e maggiormente incentrata sulle distorsioni con e senza l’archetto con cui il leader è solito suonare la sua chitarra. Anche Jónsi si presenta cambiato rispetto al passato recente (le esibizioni da solista) e remoto: dialoga un po’ di più col pubblico e, per la prima volta, cerca il contatto visivo viaggiando a destra e a sinistra del microfono. La teatralità dell’artista va ora a braccetto con i brani, tra esplosioni orchestrali (Sæglópur, Hoppípolla) e suite atmosferiche (Vaka, Olsen Olsen). Il finale è collaudatissimo col muro sonoro di Popplagið è il climax della miglior esibizione della tre giorni.

Nonostante il clima e qualche disagio, il primo anno dell’A Perfect Day Festival si conclude positivamente. Starà a Vivo Concerti cercare d’alzare ulteriormente l’asticella con maggiori ospiti internazionali e palchi collaterali. Vedremo.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette