Recensioni

Quel che ha spinto Scuba ad accaparrarsi il giovane Sigha e tirarselo in quel di Berlino non è dato saperlo, ma di certo il boss Hotflush negli ultimi tempi ha dimostrato lungimiranza, giocando, se non in anticipo, almeno alla pari con i desideri del club teutonico. Lui, con Triangulation prima e col DJ-Kicks poi, è stato il primo a smarcarsi dal pantano dubstep e ora il pupillo spinge a tavoletta sulla autobahn.
La sua è techno sudata e cerebrale, paranoica e senza fronzoli, fatta di strati programmati, pause and reprise, dove le ossessioni per la pista hanno un posto più importante di stimoli intellettivi che comunque non vengono trascurati. Mirror e Ascention ricordano l’ultimo Andy Stott al netto di rassicurazioni soul, ed è qui che risiedono le angosce e i fantasmi con cui Sigha sembra convivere. Il disco, del resto, gioca su alienazioni mentali durissime e intermittenti come la luce di un neon rotto: Puritan suona come un avvertimento prima d’intraprendere il viaggio, è un rito sciamanico sotto cassa dritta che trasmette rigore al ballo e all’ascolto. Lo stesso basso killer che ritroviamo in Scenecouple tra ripetizione in levare e sapienti manipolazioni noise.
A colpire, e in maniera lisergica, sono ancora le iniezioni di ambient asettica, vicine a quelle usate da Redshape nell’ultimo Square: i cali di tensione sono indotti e studiati (She Kills In Ecstasy), il cattedralismo dronico e incensante (Aokigahara richiama persino Tim Hecker). Un peccato che questa vena venga sacrificata sull’altare dell’ortodossia techno. Living With Ghosts, infatti, resuscita la durezza e le simmetrie care alla minimal (Hatwin, M_nus o Bar 25 che sia) e disegna uno affresco dai contorni netti e paranoidi (leggi Shed, Ben Klock e Marcel Dettmann, quest’ultimo non a caso feticcio dichiarato dello stesso Scuba). E’ un album funzionale al club techno di nicchia. 8 euro all’ingresso e buio pesto in sala. Prendere o lasciare.
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