Recensioni

Ancora una volta al Warm Up presso il MoMA PS1 per un pomeriggio dedicato alla musica elettronica. Questa volta il solido a forma di stella, di cui vi abbiamo già parlato qui, non solo continua a sparare acqua sul pubblico ma scopriamo anche chiamarsi Wendy e per l’occasione il MoMA ha installato degli schermi led sui quali passano in loop immagini di ammiccanti ragazze manga, 8bit art e le parole “Radical” e “Art”.
Mentre sto per entrare due ragazzi escono dicendo “troppo deprimente”. Shlohmo con il suo aspetto da good jewish boy, il cappellino al contrario, i clubmaster dorati, il bling e la camicia abbottonata fino al collo sembra il nipotino di uno dei Beastie Boys. Hip hop malinconico, scuro e dilatato. Questa volta Shlohmo è tanto più intimo quanto meno astratto rispetto alla sua presecedente esebizione, di qualche mese, al Glasslands di Williamsburg. Viene da pensare che abbia preso qualche dritta dal fantastico live di How To Dress Well per Boiler Room. Il set si muove, lentamente, verso i territori dell’hip hop. Prima mettendo un remix chopped & screwed di Genie in a Bottle dell’Aguilera, poi The Weeknd e Drake affogati nel riverbero. Alla fine arriva Ludacris e il tono del dj set cambia radicalmente: Nostalgia 90s, bass music e hip hop post-globale. Un sound rappresentato alla perfezione dalle due ragazze davanti a me: californiane, prese nel loro ass shaking, che pur non conoscendole mi piace immaginarle di origine Tamil.
Segue Stormqueen, ulteriore moniker dietro al quale si cela il principino della disco newyorchese Morgan Geist, conosciuto anche come Metro Area. Geist apre con un arpeggio di synth al neon per poi andare sl sicuro e suonare Miura, ormai al suo decimo compleanno. Poi la sua Let’s Make Mistakes. L’italo disco di Moskow Discow dei Telex si intreccia con la disco di Feel It di Cheryl Lynn. Mi viene chiesto cosa sia scritto sulla mia t-shirt: “save the scene“, “awesome man!”
A causa di problemi tecnici Geist suona per quasi due ore e mezza sforando di 45 minuti i tempi della scaletta. Alle otto Photek inizia il suo set, ormai ridotto ad un’ora. Non volendo perdere altro tempo salta qualsiasi tipo di introduzione o traccia d’atmosfera per dedicarsi a far ballare il pubblico con serie di pezzi tropical bass. Parkes non ha nessuna intenzione di ricordarci chi è mettendo tracce d’annata, piuttosto si presenta da semplice dj armato coi dischi del momento, facendo sì che sia il mixaggio pulitissimo a raccontare gli anni di esperienza che si porta sulle spalle. Passati i primi venti minuti vi è un vero e proprio spartiacque nel set: un remix drum’n’bass di Genesis dei Justice. I nervosi bassi electro diventano una tromba dell’apocalisse sulla quale far partire frenetiche cavalcate di breaks. I twit sono subito partiti e da quello che si dice in giro si tratta di un dub-plate di sua produzione mai pubblicato. Da lì in poi l’intera serata è un flusso ininterrotto di tech-step selezionata con rigore, senza mai cedere alle piacionerie liquid o a facili nostalgie pur ricordando i tempi in cui Dieselboy sfornava le sue compilation. L’immagine che ne esce è quella di un dj desideroso di confrontarsi con il presente e con il nuovo pubblico che ogni decennio porta con sé. Un dj che, nonostante la sua fama indiscussa, rifiuta di trasformare lo show in un mausoleo dedicato alla sua carriera.
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