Recensioni

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Non ha il pilota completamente in automatico, come poteva essere per Santana Money Gang. Tuttavia Shiva, questo messia della strada con cicatrici vizietti e “third eye” non riesce proprio ad esserlo. E non è che non le senta le cose che scrive, anzi, il sentore di una genuina poetica del vissuto è anche piuttosto evidente. Il problema, come per il 99,9% degli album di questo stronzo di urban, sempre più un groviglio di algoritmi, contratti e imposizioni, è che ormai nulla si sente più. E tutto finisce, vero o falso che sia, in un continuum senza tempo, spazio. Senza anima.

Vangelo è l’ultimo dei tanti casi. Mascherato da concept album su asfalto e altare, quindi su peccati e redenzioni varie, quasi ti illude di essere qualcos altro rispetto al solito menù. Eppure poco, nel concreto, cambia. Il milanese scrive la sua Divina Commedia ripiegando sulla scaletta più classica possibile. Quindo ecco banger anni ‘2000 con ANNA (Obsessed), i soliti hardcore bellicosi con Kid Yugi (Babyface), poppate vomitevoli con Geolier (Bad Bad Bad) e ritornelli iper-autotunnati a infarcire il tutto (Polvere Rosa, Spie, Mayday), sempre sullo stesso alone di trap nel pieno limbo tra melodia e ruvidità. Shiva è introspettivo e spaccone, violento e ridicolo, nostalgico e macchiettistico. Adotta il sistema multi-faccia per piacere a tutti, confermando un approccio generalista che va molto di moda ai piani alti (e che solo un Kid Yugi ha saputo piegare efficacemente alla propria autorialità), e per forza di cosa qualche buon piatto lo sforna pure (vedi CoscienzaV per Vangelo). La storia è sempre la stessa, così come gli stessi sono i featuring, che sembrano quasi una piccola mafietta dei grandi numeri a cui bisogna per forza pagare il pizzo (menzione d’onore a un Tiziano Ferro piacevolmente anacronistico in mezzo al team), o i producer (l’insipido prezzemolino Drillionaire e i fedelissimi Toro2x, FinesseAdam11), che soffocano in partenza ogni possibile evoluzione.

Una nota di merito va sicuramente a Dio Esiste, un gospel rap dal lungo flusso di coscienza su religione, determinismo, perdizione e rivincite. È qui, nei sei minuti e passa di questo mini testamento, che il rapper riesce a mettere sudore, sangue e lacrime sul foglio, finalmente:

“Io sono la prova che Dio esiste / Perché sono ciò che ho sempre voluto essere / Io sono la prova che Dio esiste /Perché son tornato da vincente, un po’ come Ulisse / Io sono la prova che Dio esiste / Anche se ho fatto le scelte egoiste, sparatorie e risse / O io sono la prova che non esiste per niente? Ehi / Forse son la prova che Dio, no, non esiste /Perché ce l’ho fatta prima di essere credente / Figli crescon soli con le madri alcoliste / Con il tavolo sporco e i residui delle strisce”.

Questo non riscatta chiaramente un’operazione fallace dalle fondamenta, ma almeno è sintomo di un intuito possibile e una genialità latente. Sprint di un artista che, lo si sente proprio in questi casi, potrebbe anche diventare qualcosa di più di uno dei più influenti idolacci dei quindicenni che abbiamo in giro. Ma tanto è così: stanchezza, adesione al sistema, pigrizia, incapacità. I motivi sono tanti, e affliggono anche le penne più raffinate. Penne dalla poesia stroncata, che convivono assieme in un’industria culturale che le rende vittime e carnefici dello stesso modus operandi. Bad Bad Bad. Quando ne usciremo?

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