Recensioni

Il primo album di Shiva Bakta (ovvero lo spezzino Lidio Chericoni) è uscito nel 2013 e s’intitola Third, forse per alludere a dei lavori precedenti di cui la Storia non riporta (ne presumibilmente riporterà) traccia. Pare comunque che la verve avventurosa e sfaccettata di quelle undici tracce abbia costituito una svolta considerevole rispetto a quanto sperimentato fino ad allora, ovvero – così pare – nient’altro che cantautorato alt-folk (rock). L’opera seconda Save Me compie un ulteriore balzo in direzione altrove.
Aiutato da Nicola Benetti alla batteria e da Carlo Barbagallo (ehilà) a chitarra, basso e mixaggio, Chericoni sforna una suite di 40 minuti e rotti dove è tutto un trascolorare di pop cinematico, kraut caramellato, iterazioni jazz, diverticoli psichedelici, reggae al neon, power pop vulcanizzato, electro pittorica e forse pure qualcos’altro. Ma soprattutto, e appunto, è una suite, una sola lunga traccia che un tempo avrebbe occupato le due facce d’un vinile, vale a dire una festosa bestemmia in faccia alle politiche dello streaming che, come sappiamo, spinge invece gli artisti alla pubblicazione di più pezzi e magari di breve durata, così da massimizzare il numero di singoli ascolti.
Si dirà che a questi livelli il compenso da royalties è un’entità talmente irrisoria da metterti nella condizione di farne a meno senza patemi, certo, tuttavia resta la forza del gesto: con questo secondo lavoro Shiva Bakta/Chericoni inoltra al pubblico il biglietto per un lungo viaggio. Riempie pagine di tumulto emotivo a tratti visionario e spacey, come il sogno a occhi aperti di un androide malinconico lungo gli anni Settanta, Ottanta, Novanta e pure oltre, chissà. L’effetto è quello di un patchwork radioso e nevrastenico, un evidente tentativo di spingersi dove i colori confondono la retina ed è più facile dissimulare quel po’ di cupo che filtra nel teatrino flagrante della finzione (gli ultimi anni non sono stati granché felici – eufemismo – per Chericoni). Ma il punto è: si tratta di una lettera che va letta tutta intera.
I temi melodici si rincorrono e riaffiorano ciclicamente, caleidoscopicamente, in una spirale di cambi di tempo, di scena e di temperatura che pure si consumano in una dimensione coesa. Quel che ne esce è un carosello che l’ascoltatore/utente è invitato a sorbirsi in un’unica soluzione, disco/paccheto completo, e questo non malgrado ma grazie alle sue tante sfaccettature. Che sono davvero tante: nella parata ti sembra di scorgere dei Grandaddy ipnotizzati Vangelis, un Sufjan Stevens che sogna gli E.L.O., dei Beta Band in trip Weather Report, i War On Drugs preda di allucinazioni Doors, vibrioni Chemical Bros strattonati Terry Riley, e via discorrendo.
Si potrebbe dire che Save Me è un pop-rock da cosplayer del pop-rock (di certo pop-rock), ma interpretato col trasporto di chi ci crede fino in fondo, di chi si immerge nel ruolo al punto da annullare lo scalino tra imitazione e individuazione. Detto che il rischio del kitsch è sempre lì a pochi millimetri (però in un modo o nell’altro la trappola viene sempre aggirata), sullo sfondo domina una sensazione ulteriore: è vero che sembra di assistere all’apoteosi di una retromania radicale e a tratti maniacale, ma proprio l’allusione alla possibilità di pescare senza remore da qualunque forma e stile, da un catalogo inesauribile e soprattutto disponibile (un po’ come quello della vostra app di streaming preferita), rovescia il nostalgico in contemporaneo, lo rende un paradigma credibile del presente, o se preferite un suo possibile riflesso nello specchio infranto e poi liquefatto del nostro stanco immaginario.
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