Recensioni

Setti ha tutte le carte in regola per trasformarsi nell’ennesimo cantautore capace di intercettare con successo istanze giovanili già ampiamente sdoganate dai vari Calcutta, I Cani, Levante, Maria Antonietta e compagnia bella. A partire da una formula musicale ricca di immediatezza che qui friziona le attitudini da songwriter del Nostro con un indie rock spettinato da una chitarra vagamente wave, su un cantato dimesso e testi che suonano “fighi” prima ancora di risultare davvero interessanti. Le tematiche sono più o meno le stesse di tanti altri dischi sul genere: senso di inadeguatezza per amori non corrisposti («Quando entra nella stanza si ferma tutto / è un fatto / non è bello / ma neanche brutto / quando entra nella stanza si ferma il soffitto / io dico cose senza senso / per far colpo», si canta in Stanza) e indovinati tormentoni (l’uptempo Iowa), col corollario di concerti mancati trasformatisi in grandi delusioni (una Woods musicalmente nemmeno disprezzabile), inoffensivi rigurgiti CCCP in cui il porno e Facebook diventano scondite metafore esistenziali (Presente) e via dicendo.
Il meccanismo che regola questa tipologia di materiale ci è ben chiaro e ha una sua ragion d’essere, dunque non c’è da colpevolizzare nessuno. In più, il secondo album di Setti è meno banale di molti altri dischi sul genere che ormai ci troviamo ad ascoltare a getto continuo, e ha dalla sua anche un’ironia piuttosto ficcante: un brano come Barbecue, per dire, nella sua leggerezza mostra comunque qualche buona intuizione, e il padrone di casa è certamente uno che sa dipingere un immaginario in cui ci si specchia facilmente, grazie a una scrittura fluida, cadenzata e senza intoppi. Resta il fatto però che anche in questo caso, come in altri similari, manca forse la voglia di suonare davvero personali, di uscire da certi cliché poppettari da “gente che sta nel giro e sa come vanno le cose”, di scrivere testi e musiche che abbiano una valenza universale e non una data di scadenza ravvicinata corrispondente al raggiungimento della maggiore età del proprio pubblico di riferimento – passateci la metafora un po’ polemica. Un modo di intendere la musica, insomma, che vada oltre lo sfogo estemporaneo da dare in pasto senza troppi fronzoli o sovrastrutture.
Il riflesso condizionato, quando ascoltiamo dischi sul genere, è ormai fare un paio di passaggi per poi andare a recuperare un Riccardo Sinigallia, un Cesare Basile, un Francesco Di Bella, un Giancarlo Frigieri, degli Ismael, se non proprio un De André. Gente che con i testi sa costruire mondi e non solo descrivere le quattro strade che circondano casa nostra. Non è bello né brutto, è solo un fatto. Come è un fatto l’apprezzamento che un certo pubblico riserverà – paradossalmente, anche meritatamente – ad Arto.
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