Recensioni

6.4

A prescindere da ciò che si possa pensare di lei, è difficile non lasciarsi incuriosire da un percorso sui generis come quello di Serena Brancale. Dopo anni trascorsi a gravitare nel circuito jazz tra standard e sporadiche incursioni sperimentali, la cantautrice pugliese cattura l’attenzione del grande pubblico a quasi un decennio dalla sua prima apparizione a Sanremo Giovani, datata 2015. Il merito è di Baccalà, aforisma bailefunk ironico cantato rigorosamente in dialetto pugliese. Più che una canzone vera e propria, un contenuto social, con tanto di video ripreso all’interno di un’automobile, dove la nostra esegue il pezzo intessendo accordi di matrice tipicamente jazzistica con un Reface CP coadiuvata dal finger drumming del fidato Dropkick. Il brano, diventato in poco tempo virale, conduce l’artista a replicare l’operazione. Arriva così La Zia, accompagnata da un reel girato tra i trulli, e poi un’ancora più strutturata Stu café.

Grazie a una padronanza tecnica vocale con pochi eguali, almeno nel panorama italiano, Brancale riesce nel non semplice intento di catalizzare l’attenzione di un pubblico trasversale. Giovane, certamente, ma anche adulto, sedotto da quelle nuance jazz che affiorano un po’ ovunque, persino nei brani più lontani dal canone. Da qui la (telefonatissima) chiamata di Carlo Conti per Sanremo 2025, occasione che l’artista capitalizza con una Anema e Core funzionale al contesto. Poi, tre mesi più tardi, arriva anche la super hit estiva, Serenata, con il featuring tra amicizia e opportunità di Alessandra Amoroso. Il resto è storia recente.

Dopo un tour particolarmente lungo, la barese si sottrae momentaneamente ai riflettori per riapparire all’Ariston lo scorso marzo con una veste differente, più essenziale e meno spregiudicata, dove conquista la nona posizione con Qui con me, ballad tradizionale dedicata alla madre scomparsa sei anni fa. In questo senso, Sacro, quarto lavoro in studio, il primo dopo l’exploit, si presenta più come compendio di ciò che è stato che non come anticipo di ciò che sarà.

Le sedici tracce che ne compongono la scaletta restituiscono infatti il sentiero tracciato dalla musicista negli ultimi anni, tra (pochi) inediti e (molti) altri episodi già noti. Il fil rouge resta il jazz, o forse sarebbe meglio dire una sorta di free jazz, inteso filosoficamente come esigenza di rivendicare una visione svincolata da ogni schema precostituito nonostante – è doveroso dirlo – una grande abilità nel surfare con i trend dell’industria.

Nel calderone, il latin emerge con particolare evidenza, come attestano l’opening Maria (forse il pezzo più forte tra quelli nuovi), le inflessioni cubane di Aquello (con Omara Portuondo e Pamela D’Amico) e quelle che sfiorano il flamenco di Gitana. Non manca un’incursione nel reggae, che affiora in Capatosta con Alborosie, così come il soul più puro che si palesa in Solo un’ora, dove svettano Sayf e l’icona Gregory Porter (presente anche in Besame Mucho, con Delia, presente anche in Al mio paese insieme a Levante) in un susseguirsi di brani che pur mancando di coesione (ma era inevitabile visto i tanti episodi già editi) si lasciano comunque ascoltare, pur restando molto distanti dall’esperienza dal vivo. Appare dunque evidente come il disco si presenti più che altro come un gancio in vista del live che come progetto in sé.

Il pregio, ma al contempo il nodo critico, risiede proprio qui: se è vero che l’album difetta di compattezza, l’errore più facile sarebbe quello di leggerlo come una mancanza, come se l’artista non avesse ancora individuato una via compiuta per veicolare la propria identità musicale. In realtà, la visione della diretta interessata è proprio questa: volutamente disordinata, affettuosamente giocosa, quasi sul filo del tamarro ma al contempo arricchita da numerose suggestioni colte. Un dualismo presente anche in altre latitudini, ma in questo caso esaltato da un imprinting “sudglobale”, un unicum, almeno dalle nostre parti.

La missione sembra essere quella di far convivere mondi differenti. Un genio come Raye è riuscita in qualcosa di affine con l’ottimo This music May Contain Hope.

Per Brancale, ormai consolidatissima nella scena (ed occhio che sta arrivando un pezzo con Samurai Jay che ci tormenterà per tutta l’estate), la prossima sfida sarà quella di lavorare su densità e profondità, che è l’elemento più latitante in Sacro, album che nell’effettiva libertà espressiva cela un amalgama coerente ma per certi versi uniforme. Per un’ambizione così grande e fascinosa serve uno scatto maggiore. Sia sul piano della scrittura che su quello della visione. In tal senso, sarà curioso capire cosa succederà dopo. Ma al momento, è solo tempo di raccogliere quanto seminato.

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