Recensioni

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In questo disco ci sono le hit. Quelle che le senti e si fanno ricordare, per intenderci. E questo per un disco pop è innegabilmente un grosso pregio. Non a caso, anche per questo, la critica internazionale più o meno concorde ha osannato il secondo disco di Rebecca Taylor aka Self Esteem. Lasciata da parte l’esperienza con gli Slow Club, che l’hanno vista impegnata praticamente per un decennio, e messo in archivio un disco di debutto solista (Compliments Please) che ha solleticato più di qualche orecchio, mostrando una cantautrice pop senza troppi peli sulla lingua, Taylor arriva a Prioritise Pleasure in piena e metaforica rampa di lancio. 

Se l’immaginario, anche sbandierato e rivendicato, è quello del pop da classifica (cfr. anche questa copertina per NME che omaggia/sbeffeggia/attualizza Britney), le difficoltà, le insicurezze, ma anche la forza e la – per l’appunto – autostima di Taylor sono in pieno spirito del tempo presente. Quel corpo desiderabile e ammiccante che faceva da contenitore (e contenuto) di un personaggio – Britney – iper sessualizzato, ora è gioioso, menefreghista, libero. Ci sono patatine sparpagliate sul letto, uno sguardo che non cerca alcuna approvazione e pure un pupazzo di Kermit, definito non a caso da Taylor «il mio partner ideale». 

Le canzoni sono ancora una volta smaccatamente personali, specie a partire da quella I Do This All The Time che ha anticipato il disco e scivola come un flusso di coscienza su un beat minimale, lei un crooner al femminile, che va ad aprirsi su coralità gospel (che non a caso sono uno dei minimi comun denominatori del lavoro e contribuiscono a sottolinearne i momenti più coinvolgenti). «Getting married isn’t the biggest day of your life / All the days that you get to have are big»canta a se stessa Taylor, facendo i conti con tutte le difficoltà provocate da pareri, opinioni, giudizi non richiesti da parte degli uomini, e infine definendosi con indulgenza una «good, sturdy girl»; lo slancio ad accettarsi è il cuore attorno a cui si coagulano le canzoni, e d’altronde lo stesso progetto solista di Taylor aveva preso forma come un’operazione quasi terapeutica – da qui il nome, Self Esteem, e i titoli dei dischi un po’ sloganistici ma non per questo pacchiani. Perché la natura confessionale (che non significa necessariamente raccolta, anzi, c’è anche tanta rabbia, sfogo, divertimento, menefreghismo) si sente forte e chiara senza risultare posticcia. 

C’è l’autoironia di una storia di solo sesso vissuta con leggerezza, «If you’re looking for a hobby / Baby, we can have some fun / Anything to prove I’m living / Anything to prove wе’re free /As long as I’m not busy» canta in Hobbies 2; ci sono le storie finite per gelosia (Fucking Wizardry) e l’intenzione di lasciare che le cose vadano come devono, invece di volerle ricucire a tutti i costi (You Forever ma anche Still Reigning). C’è la vena romantica di un’Adele degli esordi ma molto meno melodrammatica, accesa da un’(auto)ironia pungente che ricorda Lily Allen, per restare nel panorama britannico che tanto si fa sentire anche per l’accento di Taylor. Lei non si fa remore a mettere su piazza ogni difetto, debolezza, rimorso; ce li spiattella in faccia senza tanti complimenti (in Moody ironizza per esempio sul suo essere – in inglese, perché in italiano non rende – una «moody cow»: «Drinking a bottle instead of a glass is me / I’m a classic»). 

“Dare priorità al piacere” diventa un processo difficile del quale Taylor mette in scena ogni sfaccettatura, passando dall’accettazione di sé all’autocritica, alla leggerezza, risultando forse alla lunga anche un po’ ridondante (ma ha tutta l’aria di essere un suo tratto caratteriale). E in definitiva diventa abbastanza efficace per tracciarne un quadro quanto ha lei stessa detto a proposito del disco: «Quello che voglio fare è usare la veste orecchiabile del pop come cavallo di Troia per la mia agenda. Mentre pensi di ascoltare qualcosa di sexy o frizzante, in realtà sto cercando di istruirti sul consenso»Ai posteri l’ardua sentenza.

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