Recensioni

Con All My Robots, Sebastiano De Gennaro realizza un guida galattica per autostoppisti in piena regola, o per dirla con le sue parole, «l’esito e l’elaborazione di massicci ascolti dedicati a musicisti classici che reputo “compositori fantascientifici”, come per esempio Olivier Messiaen e György Ligeti, […] spaziando dai lavori di Raymon Scott degli anni cinquanta ed arrivando al dubstep di Skrillex». Aggiungete il fatto che la musica si muove tra «contemporanea, math metal, elettronica e cartoon sound», e capirete per quale motivo questo All My Robots non possa rientrare in alcun modo nella categoria dei dischi convenzionali.
La scusa sono i robot del titolo, ovvero un omaggio a un immaginario fantascientifico nostalgico, “asimoviano” e vintage, che nelle mani di De Gennaro – e dei suoi strumenti: pianoforte, percussioni intonate ed elettronica – diventa una via di mezzo tra ironia e ingranaggio ben oliato, infanzia passata a disegnare mostri e soundtrack atipica. Una sorta di Star Trek in versione Looney Tunes, tuttavia serissima quando si tratta di tratteggiare con grande precisione atmosfere sci-fi rarefatte e affascinanti (Viaggio sulla luna), colonne sonore immaginarie per passeggiate nello spazio (Zeiss Telescope) o magari giornate primaverili passate su Marte ad ascoltare il cinguettio di creature sconosciute (Ornithology).
Va da sé che il “viaggio” è personale e diverso per ognuno di noi, anche perché De Gennaro è bravo a lasciare il giusto spazio all’immaginazione. Con una acuta leggerezza sottotraccia che non è mai approssimazione, bensì grande consapevolezza.
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