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Pare che Bakesale sarà addirittura oggetto di una doppia reissue. Oltre a quella in questione (un lussuoso doppio cd che, oltre ai quindici brani originali, include venticinque fra outtakes, b-side e demo) ci penserà la Sub Pop a rendere omaggio al classico del ’94, il tutto in attesa che Barlow e soci si riuniscano per farci rivivere la controversa magia di quel disco.
Pochi, infatti, al pari di Bakesale, riescono a catturare lo spirito confuso e romantico dei primi anni 90, periodo ad alta concentrazione di capolavori. Come i Pavement di Crooked Rain, Crooked Rain, il quinto lavoro dei Sebadoh fotografa la presa di coscienza di una generazione di talentuosi debosciati, giunti, una volta per tutte, alla consapevolezza dei propri mezzi.
In questo caso ad innescare la scintilla fu l’abbandono del batterista Eric Gaffney, l’anima più riottosa e anarchica della band, nonché autore degli episodi più intransigenti e cacofonici dei precedenti lavori. Dal canto suo, il chitarrista Jason Loewenstein, in pieno stato di grazia, portava in dote un pugno di brani che, per la prima volta, tenevano il passo con il songwriting dell’occhialuto leader.
Continuando nel processo di normalizzazione iniziato con il precedente Bubble & Scrape, Bakesale manteneva l’impianto noise ma si faceva più rispettoso della sintassi del pop. Il sound era quello sfilacciato e privo di fronzoli di chi si è fatto le ossa a forza di incisioni domestiche ma, questa volta, le forme apparivano più definite e confortanti.
Brani come Not A Friend e Skull sembravano usciti dalla penna di un Nick Drake passato attraverso il maquillage destrutturante dei Sonic Youth e all’esaltazione sonica degli Hüsker Dü. Dal caos primordiale dei suoi bozzetti, Barlow tirò fuori i frutti più succosi, mostrando le avvisaglie di una malcelata ambizione autoriale. Al tempo stesso la band veniva a patto con le proprie lacune, trovando modi inconsueti per arrangiare i suoi scampoli di folk urbano. Così, gli accordi sommessi di Not Too Amused si ingigantivano in un lancinante crescendo psichedelico, mentre il finale drammatico di Dreams si arricchiva di un fuggevole e struggente tocco di tastiere.
Grazie alla capacità di solleticare l’inquietudine giovanile con power pop obliqui come Rebound (basso tondo e la chitarra che disegna traiettorie spigolose) e Magnet’s Coil (cantato disteso e sferragliare noise di sottofondo), Bakesale diventò in breve il prototipo dell’album college rock; un vero e proprio oggetto di culto per quelle college radio che nei mid-90s costituivano un importante soggetto culturale e che spedirono l’album in top 40, consegnando, di fatto, a Barlow il ruolo di portavoce di una generazione furiosamente fragile.
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