Recensioni

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Di Jeff Buckley ce n’era purtroppo soltanto uno e stava nell’empireo con altri Grandi. Sotto, a faticare cercando un’identità, decine di figli d’arte portatori sventurati di un cognome troppo pesante per le loro capacità. Soggetti smarriti in cerca di personalità, chi più e chi meno per sempre artisticamente irrisolti. Una tragedia quotidiana, vieppiù quando nei pasticci costoro ci s’infilano con le loro mani. Perché, caro Sean Lennon, va benissimo allontanarsi dai dischi affatto male che hai sin qui pubblicato e dalle millanta collaborazioni per musicare una pellicola di Jordan Galland. Quando, però, propini incertezze orchestrali lontane dall’erudizione di John Cale e composizioni prive dell’ironia che ha reso grande Pascal Comelade o dell’umanesimo appartenuto alla Penguin Café Orchestra, qualcosa non va.

Per tacere di una canzone disarticolata come Desire che nemmeno Kool Keith e Miho Hatori redimono, o episodi dove punti gli Air e precipiti in una pompa che più magna non si può. Le aspirazioni sono un macigno che non ti lascia respiro e, pur volonteroso, affastelli discreti passaggi noir ed emuli fiacco Ennio Morricone e Bruno Nicolai. Poche cose tediano come la musica che, se slegata dalle immagini che commenta, non vive autonomamente: per quello occorre una sensibilità verso la materia che qui latita. Sean, la prossima volta che tocchi qualcosa che non ti appartiene, chiedi prima il permesso alla mamma.

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