Recensioni

Squeeze è la seconda prova in studio della cantautrice californiana Sasami, con cui la Nostra prova ad espandersi nel mondo di stoner e nu metal, senza tuttavia dimenticare le sonorità indie rock con le quali si è proposta in precedenza. Ad aiutarla nell’impresa Ty Segall, co-produttore d’eccezione, ma anche un team per nulla sprovveduto: Dirk Verbueren (batterista dei Megadeth), il jazzista Jay Bellrose, Pascal Stevenson dei Moaning, il cantautore Christian Lee Hutson, il musicista britannico No Home (featuring nella title track), Laetitia Tamko dei Vagabon e la comica Patti Harrison.
Risultato? Un disco che non eccelle ma neppure sfigura. Un tentativo di smarcarsi da quello che è un cliché revivalista a senso unico con una proposta multi sfaccettata, frontale, trainata dal piacere di suonare in una band. E, aggiungendo un pizzico di cinismo, perfetta per l’ascolto orizzontale delle DSP, ovvero palpabile per molteplici playlist e quindi di stream.
Skin A Rat parte convinta mescolando stoner e metal, Korn e System of a Down. The Greatest, che arriva subito dopo, è una ballad pop-rock che parla d’amore, di quelle che potevi ascoltare in radio negli anni ’90. Say It, ancora diversa, cerca di unire lo spirito delle prime due all’altezza di un cadenzato stomp cyber metal. L’attitudine in questi pezzi non manca, vedi anche la versione à la Stone Temple Pilots di Sorry Entertainer, il pezzo di Daniel Johnston. Sasami parla delle violenze e delle vessazioni che le donne continuano a subire, da qui la carenatura maschia del sound, e a quelle aggiunge piccole dosi di sognante dolcezza appartenenti al suo indie rock che qui svolta più volentieri verso il country-folk: vedi Tried To Understand, brano pop ispirato alle sonorità di Sheryl Crow o Call Me Home, che punta in direzione West Coast.
Lo dicevamo, l’attitudine e il gusto ci sono, ognuno dei brani è una lezione ben appresa dai rispettivi generi e filoni (vedi pure il post-hardcore citato in Need It To Work), meglio ancora quando – raramente – le cose si ibridano assieme. Ma Sasami mica vuol seguire la strada dei Faith No More, almeno finora. Niente di istrionico da queste parti, ma se ne apprezza l’estemporaneità, anche a scapito dalla mancata memorabilità del singolo pezzo. Un disco nato per i live e a quelli rivolto.
Nel suo secondo lavoro Sasami getta il cuore oltre l’ostacolo, sperimenta cose nuove, e si prende qualche rischio nel farlo, mescolando rabbia e furore, senza perderci in credibilità.
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