Recensioni

Constellation goes east, again. Non solo i Dwarfs Of East Agouza di mr. Alan Bishop in arrivo a breve col nuovo album, non solo i vicini e lontani orienti di Land Of Kush o Esmerine, non solo Jerusalem In My Heart che qui siede dietro al banco di produzione: ora nel roster dell’etichetta canadese entra questo sestetto libanese nato in condizioni particolari (sorta di backing band per un live nientepopodimeno che di Imler dei Faust in quel di Beirut nel 2021) e responsabile già di un paio di uscite, gli album Aykathani Malakon del 2023 e Live At Cafè Oto dello scorso anno, piuttosto chiacchierate nei giri underground.
A differenza del precedente, questo Sametou Sawtan non è stato registrato in modalità impro/presa diretta bensì in studio (composto a Beirut e registrato a Parigi, per l’esattezza), quindi risulta più focalizzato sulla forma canzone e meno libero ma non per questo meno avventuroso, psichedelicamente ottundente e affascinante nel creare un ponte invisibile tra occidente e oriente grazie alla commistione di folk, kraut, psych e tradizione araba, ovviamente rivisitata e ripensata. Ne è esempio la lunga Hamam, una rielaborazione di un tradizionale egiziano in cui un bordone sintetico regge le fila di un canto “altro” (l’ottima Sandy Chamoun), mentre folate di brume noise emergono e spariscono carsicamente prima della deflagrazione finale; il tutto con una capacità di sintesi e amalgama tra (apparenti) opposti che mi ha fatto tornare in mente certe cose della Meira Asher degli esordi.
Una alternanza – tradizionale e innovativo, analogico ed elettronico, melodia e asperità – che si ritrova lungo tutto l’album e che non è mai scontro bensì incontro, fusione, inglobamento e soprattutto, di questi tempi vale la pena sottolinearlo, dialogo. Si vedano a tal proposito i synth in acido che tratteggiano una sempre più ossessiva Hadikat Al Ams, le cavernosità dub che segnano la seconda parte di Sayl Damei o le interferenze glitchate che disturbano il fraseggio di buzuq di Tatayoum, ma è il procedimento generale, l’idea compositiva di fondo a seguire queste coordinate.
Che poi a ben vedere può (e probabilmente deve) essere letta anche in chiave extra-musicale, in funzione di questi tempi grigi, a perenne ricordo di come la musica sia da sempre terreno di incontro e come pure essa possa comunicare “politicamente” molto più di quanto parrebbe. Alienazione, straniamento, eradicamento, distacco sono centrali nei testi, opera della cantante ma anche tratti dalla tradizione egiziana, dallo scrittore libanese Paul Shaoul e dal poeta iraniano del XII secolo Omar Khayyam, a testimonianza di una idea musicale al di fuori del tempo ma fortemente radicata in questo complesso presente.
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