Recensioni

C’è sempre stato qualcosa di inafferrabile nella calligrafia di Sam Prekop, anche nella versione diversamente pop che emerge(va) nei The Sea And Cake, con quel punto di fuga stilistico spedito fin dove tra jazz e rock (e declinazioni soul e latin) non distingui più il confine. Da qualche anno il lavoro in solitario del già chitarrista di Chicago ce lo propone tuttavia in una versione significativamente diversa, ovvero dedito a un appassionato lavoro di esplorazione sui sintetizzatori modulari. Ragion per cui, via l’adorabile effervescenza di quelle melodie suadenti & radenti, e giù nel cyberspazio acrilico impostando coordinate ambient e kosmische, da qualche parte tra le modanature numinose della collaborazione Cluster + Eno ma con una sensibilità speculativa che si affaccia fino all’eleganza ineffabile e scostante dei Boards Of Canada. Tuttavia, malgrado questo cambio di polarità, resta la sensazione che non tutto si riesca ad afferrare, perché – appunto – inafferrabile, o forse effimero, evanescente.
Nondimeno va detto che, giunto ormai al settimo album a proprio nome, Prekop mette in gioco una padronanza che gli consente di centrare un tono, un mood, forse perfino un senso ben definiti e abbastanza peculiari, a dispetto dei connotati stilistici non propriamente inediti. Si avverte cioè la tenacia di chi è mosso da un’ossessione consolidata e perciò serena, di chi ha così ben chiaro il perimetro del progetto da potersi permettere arguzie compositive – di divertirsi – perché sa di rimanere comunque in tema. Prekop insomma consegna se stesso alle macchine, sogna da sveglio attraverso la loro grammatica. Le domina infestandole come un fantasma giocherellone.
Soffermiamoci un attimo: questa specie di possessione del dispositivo elettronico da parte di un sapiens trasmette – ne converrete – un quid consolatorio, tenuto conto di come siamo immersi in un’epoca di timori diffusi (persino troppo e ad arte) per le sempre più performanti intelligenze macchiniche sul punto di annichilire la precaria intelligenza “naturale”. Ma è appunto solo un premio di consolazione. Non si avverte il sapore di un vero rilancio, di una resa dei conti che riporti al centro il fattore umano.
Il piglio è più da designer che non da visionario, ma il risultato sono a tutti gli effetti visioni, sogni sintetici che vaporizzano il qui e ora per ricollocarsi in una dimensione al tempo stesso vintage e futuristica, in cui più che l’algoritmo conta il desiderio di astrazione, di dare sostanza al fascino misterioso della tecnologia spinta sulla soglia del post-umano, dove il robotico e il cosmico sublimano in una tensione purificante e a tratti perfino euforizzante.
Detto ciò, Prekop non pare mai fare rotta verso chissà quale avventurosa destinazione sonora, al contrario sembra muoversi sul posto, abitare un’architettura mentale assemblata come sintesi di architetture amate o anelate, qualcosa a metà tra una scenografia teatrale interiore e la sala giochi che ha sempre bramato. Qualunque cosa e dovunque sia il luogo in cui agisce, assistiamo al suo baloccarsi con entusiasmo pari alla dedizione algebrica, mentre modula densità atmosferiche, pantoni geometrici, luminescenze seriali, nervature androidi. Perciò queste nuove canzoni – in continuità con la sua produzione più recente – rappresentano una tregua ibrida, una coreografia di falsi movimenti dal dinamismo posterizzato, che rimanda a un ventaglio di sviluppi possibili ma raggelati (e a tratti compiaciuti) appunto nel loro stato di possibilità.
Ne escono insomma sei tracce per trentacinque minuti suggestivi, certo, però mai davvero ipnotici e giammai perturbanti. In esse addirittura i mattoncini di mistero sono come neutralizzati, ridotti allo stato di codice: perciò suonano tanto accoglienti, come nostalgie vetrificate o il rendering di un futuro troppo limpido per essere vero. Ecco, forse quel senso di inafferrabile cui accennavo nelle prime righe è proprio questo mistero non emerso, annidato nelle tessiture sonore come una memoria omeopatica. In questo caso, però, fin troppo.
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