Recensioni

Al quinto (sesto? Settimo?) ascolto di Comma, ho deciso che dovevo aggrapparmi a qualcos’altro. Ne ho sentito il bisogno. Così, non so con quanta saggezza, sono andato a riascoltarmi The Republic, il precedente lavoro di Sam Prekop. A quel punto ho avuto voglia di leggere cosa ne scrivevamo qui su Sentireascoltare, e ho pensato che molte delle considerazioni espresse all’epoca andrebbero benissimo anche per il nuovo lavoro. Piccolo particolare senza troppa importanza: non ricordavo che l’autore di quella recensione fossi io. D’accordo, forse non è un particolare privo di importanza.
Anche se Prekop dovesse continuare a fare musica da solista per un alro mezzo secolo, sarà sempre “il co-fondatore dei The Sea And Cake“, di cui è cantante e chitarrista, assieme all’altro chitarrista Archer Prewitt e a un batterista come minimo seminale per la scena chicagoana dei 90s e oltre come John McEntire. Come se i Sea And Cake fossero (stati) un nome cruciale e non una a tratti eccellente band indie rock più sofisticata della media. Dal tardo post-rock ne sono uscite di proposte musicali del genere, mostriciattoli sonori gradevoli, stilisticamente intriganti ma tutto sommato innocui, forse per compensare lo spaesamento formale e le brume apocalittiche disseminate a cavallo tra vecchio e nuovo secolo. Da questo punto di vista, i Sea And Cake sono stati persino dei precursori, col loro tropicalismo radente e gli sfarinamenti jazzy a innervare canzoni che non facevano nulla per mettere in discussione il concetto di forma-canzone, mentre le band intorno a loro (metà dei 90s) s’impegnavano a sgretolare in vari modi le strutture consuete.
Il caso di Prekop – classe ‘64, londinese ma chicagoano d’adozione – è abbastanza curioso, perché ha messo in mostra più avanti, da solista, quanto le sue reali inclinazioni tendessero a smentire la comfort zone sonora, e assieme a questa la classica figura del chitarrista/cantante/autore. Se l’esordio a proprio nome del 1999 esasperava la vena bossa e jazz, parzialmente confermata da Who’s Your New Professor (2005), già Old Punch Card (2010) introduceva una svolta copernicana in senso sintetico, ribadita dal già citato The Republic (2015). Fatto caso alle date di pubblicazione? In pratica un disco ogni cinque anni: c’è del metodo in quest’uomo. Che pare essersi definitivamente votato alla causa dei sintetizzatori modulari, alla base anche del nuovo Comma, dieci tracce strumentali in stile ambient con echi di sguardo espanso kraut, retaggi palpabili di serialità e minimalismo, probabili tracce della synth-wave più atmosferica e alcune affinità con certe visioni pastello allestite in casa Warp.
Va detto che, come per The Republic, si tratta (forse) di un disco concepito come parte di un progetto più ampio, anzi – come si diceva un tempo – multimediale. In coincidenza con la pubblicazione del disco viene infatti inaugurata a Berlino (alla Bis Aufs Messer Records) un’esposizione di fotografie dello stesso Prekop, la “comma Photography exhibition”. Si avverte in effetti in queste variazioni Brian Eno in estasi Terry Riley, tra queste pulsazioni Kraftwerk diluite Yellow Magic Orchestra e Boards Of Canada, come la necessità di appoggiarsi a qualcos’altro (un po’ la stessa necessità che ho avvertito e di cui vi dicevo in apertura), farsi cioè commento sonoro di una sequenza, di uno sguardo, di uno – appunto – scatto. Sono piccole composizioni che stanno tra le cose, tra i concetti, tra le parole. Come virgole (appunto). Tra le quali ci si perde facilmente, con leggerezza. Sono brani semplici, ma non semplicistici. Non danno mai la sensazione di automatismo, di mestiere. I motivi e gli espedienti si sovrappongono e s’intrecciano in trame ben calibrate, retaggio di sensibilità jazz che non smette di operare anche dove di jazz non sembra esserci traccia alcuna. La stratificazione timbrica è affascinante, soprattutto se amate le vecchie sonorità elettroniche che non smettono di sembrare piovute dal sogno lucido di un futuro emblematico.
Disco che conferma la sublime inconsistenza del percorso solista di Sam Prekop, la sua poetica di interludi marginali che producono stati d’animo e dimensioni, in bilico tra effimero e sostanziale. Ne potrei fare a meno, però non può fare a meno di piacermi.
P.S. Chissà se fra cinque anni mi sarò dimenticato di avere scritto anche questa recensione
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