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7.2

Dal Crêuza De Mä di Fabrizio De André all’omonimo album di Cesare Basile, il dialetto è sempre stato sangue più che lingua, memoria più che stile formale, e una buona scusa per dare voce a chi, di solito, non ne ha. I brani di Rosa Balistreri sono un buon esempio in questo senso, come lo sono i sette momenti racchiusi nel secondo disco di Salvo Ruolo, Canciari Patruni ‘Un E’ L’bittà.

“Cambiare padrone non è libertà”, recita il titolo: la libertà di cui si parla è quella del popolo siciliano, mente i padroni del caso sono i Savoia, da tutti ricordati come salvatori della Patria durante il Risorgimento, ma non da chi ha dovuto subire l’unificazione. Unità d’Italia che, al di là del racconto asettico dei libri di storia (si sa che la Storia la scrivono sempre i vincitori), è pur sempre stata una guerra, una prevaricazione di un popolo sull’altro, con tutte le contraddizioni e la violenza atroce che la guerra si porta appresso.

Salvo Ruolo chiama a produrre proprio Cesare Basile – siciliano doc anch’egli e alter ego musicale perfetto in questo caso – e confeziona un disco cantato nel dialetto isolano che è tutto tranne che un disco etnico. Piuttosto un romanzo, un racconto antico, una suggestione quasi visiva che si adagia su testi profondi, realistici fino all’estremo («Pi cci livari fozza / sti quattru malandrini du savoia / scannaru picciriddi ‘nte panzi di so’ matri / futtennu cosi case e puru fimmini di chiesa», «Per togliere forza e speranza / questi delinquenti dei Savoia / ordinarono di uccidere perfino / bambini nel grembo delle madri / razziando cose, case e donne di chiesa») e storicamente “dimostrati”. Come insegnano le note raccolte nel booklet sui personaggi o gli eventi a cui ogni brano è dedicato.

Mandolino, chitarra acustica, percussioni, banjo, pianoforte, dulcimer attrezzano un blues atipico, ridotto ai minimi termini ma ben presente, soprattutto nell’iniziale Malutempu, in Re’Pitu e nel valzer scheletrico e inquietante della bellissima Mariuzza Izzu. Un blues esistenziale inchiodato al tema centrale del disco, ma in realtà anche capacissimo di diventare testimonianza universalmente valida. «Wherever somebody’s strugglin’ to be free / Look in their eyes mom you’ll see me», cantava Bruce Springsteen in The Ghost Of Tom Joad: Salvo Ruolo non si discosta poi molto da questa massima, confezionando con coraggio un toccante omaggio ai perdenti, ai deboli e ai sottomessi di ogni epoca.

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