Recensioni

Sarebbe naturale, dopo aver ascoltato il disco dei Saintseneca da Columbus, Ohio, lanciarsi in riflessioni sul rapporto tra ciò che è (o era, se siete tra quelli più pessimisti) indie e ciò che ci ritroviamo ora ad ascoltare. Siccome lo spazio è tiranno, ce la caviamo abbastanza facilmente con alcune indicazioni di massima. I Saintseneca vengono da un contesto che è quello statunitense bianco, territorio in cui l’alternative e l’Americana cercano, con risultati a volte forzati, a volte spontanei, di dialogare. Un rapporto a due in cui classicità e classifica, pubblico e privato, spesso generano alcuni cortocircuiti.
Uno di questi è sicuramente il suono dei Saintseneca, non paradigmatico né innovativo: semplicemente esplicativo. In Bad Ideas l’intimismo da stadio degli Arcade Fire diventa ufficialmente termine di paragone, col suo carattere massimalista dove ci vorrebbero forse i sussurri, con l’altra parte dello scheletro composta dall’ascendente dei Neutral Milk Hotel. La sensazione, con dischi come quello della band di Zac Little e sodali, è che la parte a fior di pelle, più dolente, più nascosta e depressa dell’indie stia prendendo una via di difficile percorrenza, quella di mostrare i muscoli, il caos e – perché no? – i cori della festa anche quando si parla di temi filosofico-nichilisti. Per carità, il gioco dei contrasti è sempre una bella cosa, ma ha ormai raggiunto un grado di complessità difficilissima, con il rischio della parodia o della scarsa personalità. Una specie di festa in onore dei temi profondi della vita in cui però non si arriva mai al sodo (e alla sostanza).
Qui la formula è quella di un folk pop pieno di cori, melodie a volte anche azzeccate, chitarre sognanti e ritornelli chiesastici (Estuary), post-punk ben confezionato ma a impatto zero (la title track) o orientaleggiante senza mai spingersi oltre confini sicuri (The Awefull Yawn). Nessun brano è fatto male, sia ben chiaro. Il problema è che questa calligrafia non lascia traccia, non un pezzo che si si imprima nella memoria, e per chi scrive non c’è cosa peggiore in un disco. Forse i Saintseneca dovrebbero semplicemente scendere a patti col dolore e con la riflessione usando armi consolidate, come dimostra How many blankets are in the world?, in cui i tratti soffici di suono e voce creano uno dei momenti più credibili della scaletta regalandoci la strana sensazione che il pezzo con più forza sia anche quello più simile ad una tenue cuscinata di introspezione. Album dunque senza infamia e senza lode, che in un mercato debordante di particolarità non offre alcun appiglio per erigersi sulla massa.
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