Recensioni

Elettrificare e rivisitare (ma non troppo) la cumbia e il folklore colombiano e latinoamericano: questa la missione di Eblis Álvarez, leader dei bogotani Meridian Brothers, da anni oramai nome chiacchierato su giornali, riviste e siti di tutto il mondo e forte di un ottimo apprezzamento di critica e di pubblico. Lo testimonia la buonissima affluenza al Locomotiv di Bologna in un bigio martedì dicembrino per la prima di due date italiane, a presentare l’ultimo album Mi Latinoamérica sufre.

Mi Latinoamérica Sufre by Meridian Brothers

Classica formazione in quintetto con el jefe a voce, chitarra, synth, poi basso (César Quevedo), batteria (Mauricio Ramírez), percussioni, sax (María Valencia) e altri synth (Alejandro Forero), spesso sdentati e vagamente circensi, ad aggiungere spezie zappiane ad una pietanza cucinata con sapienza ma che dal vivo, pur sapendo convincere nel groove, nell’attitudine positivamente stracciona e genialoide (la cosiddetta prensa cantada di un Tom Zé non è così lontana, anzi), nella capacità di trascinare il pubblico nella danza, si rivela un filo monocorde.

Gli ingredienti sono semplici: cumbia, salsa, chica, vallenato e altri ritmi vagamente destrutturati e rivisti con lenti un poco strabiche; il repertorio di oscure perle sudamericane riportato alla luce da etichette come Vampisoul, sicodelìa latina, un gruppo tradizionale sabotato da una banda di freaks. Figure scheletriche di basso, la batteria a esplodere talvolta in fuochi d’artificio, un mood che riporta dritto dritto a El Baile Alemán di Señor Coconut y Su Conjunto o per altri versi la stessa operazione che gli Heliocentrics applicano al rare groove, qui focalizzata invece alle musiche del folklore americano.

Una cumbia sull’Autobahn, intermezzi di tastiere da sigle televisive, pulsazioni sottili e inesorabili, il basso che rotola, i tasti che svirgolano, le corde perennemente sul punto di stonare, il sax che aggiunge grammi di orchestrazione e la comida è servita. “La Policia” è basato su un verso della band spagnola Eskorbuto , poi nel caldo caliente troviamo pezzi saporiti di carne Dusty Springfield come la cover di Son Of A Preacher Man, citazioni del barbaro del ritmo, il leggendario Benny Moré, da Cienfuegos, Cuba e una cover di Purple Haze di Jimi Hendrix ribattezzata Niebla Morada.

Un concerto che ci ha mostrato una band che ha trovato una ricetta vincente, rodata in anni e anni di pratica (sono in pista dal 1998), condita da lampi di genio bambino, da un mood libero e da un’attitudine sottilmente ironica che rende il tutto lieve, pur partendo da un portato di sofferenza che viene da quelle che Galeano chiamava le vene aperte dell’America Latina. Forse un limite sta nel restare un po’ sempre aggrappati allo stesso ritmo, alle stesse soluzioni, non essere pienamente eclettici come accadeva ad esempio nel loro Salvadora Robot del 2014 ma potrebbe anche essere che il martedì invernale nella piana ipermercata non fosse il contesto migliore per lasciarsi andare a quella che probabilmente, nelle intenzioni della band, era una fiesta.

Ad ogni modo, come cantano nella prima traccia del nuovo album, “Sè que estoy cambiando”: restiamo sintonizzati, ce ne possiamo aspettare ancora delle belle.

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