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7.4

Con un nome che in gaelico può significare “segreto”, “mistero” o “amore” (e forse tutte e tre le cose insieme), i Rún debuttano per Rocket Recordings con un album che sembra condensare in sé diversi mondi sonori, che sfugge a ogni etichetta e che preferisce collocarsi in quella zona di confine dove generi e tradizioni si contaminano a tal punto da diventare qualcos’altro.

Il trio – formato dalla vocalist e artista visiva Tara Baoth Mooney, da Diarmuid MacDiarmada (Nurse With Wound, ma con radici che affondano anche nell’universo folk dei Lankum) e dal produttore e batterista Rian Trench (Solar Bears, The Meadow) – lavora con equilibrio fra improvvisazione e rigore: più che comporre, evoca, improvvisa, costruendo atmosfere che alternano momenti di trance collettiva a immersioni contemplative. Registrato in presa diretta al famoso The Meadow, il disco cattura il respiro della costa orientale irlandese, con i suoi silenzi gravi e la sua memoria rituale.

Già l’apertura Paidir Poball sa di un inizio rarefatto, madrigalistico, infranto immediatamente da un riff tellurico che piega il brano verso territori doom e krautrock. Le trame di MacDiarmada portano con sé un’avanguardia terrosa che sa di folk processionale e di improvvisazione; intorno, la batteria e il sound design di Trench danno spessore, alternando percussioni ipnotiche a scosse violente.

Ne esce un suono che convoca riferimenti lontani eppure coerenti: il tribalismo del Pop Group, i PIL di Flowers Of Romance, i crescendo mantrici degli Om o dei Kyuss, le liturgie di Coil, ma anche l’espansione atmosferica simil-jazzistica dei Necks o l’immersione sospesa del compianto Brian McBride.

I Rún attraversano i generi, forzando la serratura fino a spezzarla. Non a caso, il cuore emotivo del disco resta Terror Moon, un brano costruito su un impianto ossessivo e su voci che oscillano fra lamento e mantra. Nato come risposta alla tragedia del popolo palestinese, il pezzo traduce l’indignazione in accumulo, saturazione, suono che diventa performance.

Se da un lato però affiorano drone, ambient liturgico e scorie post-industriali, dall’altro riaffiorano radici popolari e melodie gaeliche che impediscono alla musica di dissolversi completamente nell’astrazione. È una miscela che, pur affondando nel noise e nella psichedelia più scura, mantiene una qualità profondamente corporea, tattile: il suono viene vissuto, attraversato. Come in Strike It, che affronta la scoperta del 2017 di resti di bambini in fosse comuni a Tuam, città natale di Mooney. Il mantra “Unholy God” che comanda il brano si trasforma in una denuncia corrosiva della violenza religiosa, sospinta da un impianto sonoro che cresce fino a un climax catartico.

Eppure il disco non è solo materia e denuncia. Such Is the Kingdom e soprattutto Caoineadh aprono spazi più meditativi, dove drone, spoken word e melodie gaeliche si intrecciano in una dimensione cosmica. L’aspetto forse più sorprendente è come questa intensità non si perda nel puro sperimentalismo. Ogni accumulo, ogni saturazione, ogni trance ritmica sembra avere un peso specifico e una funzione rituale. I Rún rifiutano l’estetica di maniera, e affrontano la realtà con lucidità, trasformando ferite e conflitti in materia sonora: che si tratti di tragedie collettive o di memorie personali dolorose, il suono diventa atto performativo e rigenerante.

Al loro esordio, i tre irlandesi scelgono una via tanto tortuosa quanto stimolante: una ricerca radicata nel corpo, nella terra e nella memoria. Il loro primo lavoro non è un semplice album, ma un rituale sonoro che rifiuta di restare “segreto” e rivendica la sua necessità.

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