Recensioni

Non è il primo musicista, Roger Taylor, a raccontare che la pausa forzata dovuta alla pandemia in fin dei conti è stato uno stimolo in più a darsi da fare per produrre qualcosa di nuovo, quel che si suole dire “fare di necessità virtù”. Taylor è universalmente noto come il batterista dei Queen, ma non tutti sanno che incide dischi a proprio nome dal 1981 e che è un valido polistrumentista. Al punto che in Outsider suona quasi tutti gli strumenti, produce (insieme a Joshua J Macrae) ciò che ha composto, e canta. Con una voce e uno stile che in molte occasioni ricorda il Bowie periodo Absolute Beginners. La clausura è servita a Taylor per materializzare idee nuove ma anche per mettere a puntino vecchie composizioni, così da renderle più competitive e adatte agli odierni standard di arrangiamento: Foreign Sand, in origine su Happiness del 1994, e Absolutely Anything, che compariva sotto forma di frammento di poco più di un minuto nei titoli di testa del film dallo stesso titolo del 2015 – in italiano Un’occasione da Dio – diretto da Terry Jones (uno dei Monty Python) che va ricordato a scapito di una scarsa qualità poiché annovera l’ultima performance (vocale) di Robin Williams. Taylor si volge verso il passato anche per ripescare musica da omaggiare in ricordo delle prime infatuazioni musicali. The Clapping Song – la prima versione è del 1965 – è una canzone, dice il musicista, che «ho adorato nell’originale di Shirley Ellis».
Ma Outsider non è solo frivolezza. Il batterista, all’interno della propria discografia, non è nuovo nell’indirizzare messaggi al vetriolo in direzione di chi manovra le leve del potere. E allo stesso tempo esortare i ragazzi a svegliarsi, a urlare il proprio grido di protesta. Il trittico Gangsters Are Running This World, We’re All Just Trying To Get By, Gangsters Are Running This World – Purple Version, si può considerare alla stregua di una mini-suite à la Roger Waters. La prima canzone, musicalmente onirica, è un accorato sguardo su un mondo che mostra preoccupanti crepe («There’s blood on the streets / Panic in the air / The markets are trading up / In madness and fear (…) Gangsters are running this world / You can shout but never be heard / Gangsters are running this world»); la seconda è una sentita esortazione a resistere (confida Taylor: «Quello che rende ogni forza vitale sulla Terra è il cercare di cavarsela ed esistere. È tutto ciò che stiamo cercando di fare: dalle piante agli animali agli umani, si persegue la sopravvivenza»). A chiudere il concept la terza parte, che (in stile Queen di The Game, 1980: riff e batteria incalzanti, fiati sintetizzati) incita a darsi da fare per ribaltare lo stato delle cose («Wake up, you boys Shape up, you girls / Are you aware / There’s gangsters running this world (…) Stand up and fight / You have no rights / They own you whole / They own your soul»). Il batterista nutre speranza però non si illude. Nell’anodizzata More Kicks – Long Day’s Journey Into Night… Life, graffiata magnificamente dal sax di Steve Hamilton, canta esplicitamente il lato oscuro della gioventù, probabilmente riferendosi alla sua stessa esperienza personale («I was young and stupid / I didn’t feel no pain / I was looking for trouble / I didn’t feel no shame»). ll futuro è nelle mani dei giovani, sacrosanto, ma la gioventù è un’arma a doppio taglio.
All’opposto, ciò che prevale su Outsider è un senso di pacata riflessione, anche sonora. Taylor sembra volere fare i conti con ciò che lo circonda ma anche con sé stesso, appellandosi a figure nelle quali non solo lui ma anche molti ascoltatori possono identificarsi. In questo senso, l’iniziale Tides, tra un pianoforte minimalista e rumore d’onde che s’infrangono timidamente sulla battigia («The only constant is the change / And all I’m left with is the tide / That tells me all the things must live / Some day must die»), la più ritmata Outsider («Feels like I’m always on the outside looking-in / Maybe this time / You’ll win»), e la conclusiva Journey’s End, di derivazione ambient e dal commovente finale («Fly like an eagle / Fly straight, with no fear / Fly from all sorrows / From all sadness, from all care / Fly…»), già pubblicata nel 2018 come singolo in edizione limitata in occasione del Record Store Day, costituiscono una sorta di fil rouge emotivo e allo stesso tempo il cuore, dal battito irregolare, del disco. Un disco che, apparentemente semplice, non ha il grip dalla presa immediata ma è dotato di quell’aura che dà l’idea di non scolorare col passare del tempo.
Va sottolineato, infine, come l’illustrazione sul retro-copertina sia opera di Mervyn Peake, lo scrittore inglese (nato in Cina dove il padre si trovava per lavoro) e in seguito anche noto illustratore, autore della trilogia fantasy diventata di culto Gormenghast, già celebrata musicalmente dal gruppo progressive gallese dei Fruupp (il brano dall’omonimo titolo si trova sull’album Modern Masquerades del 1975).
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