Recensioni

Roddy Frame ha sempre faticato a scrollarsi di dosso l’imprinting degli Aztec Camera, di cui è stato talentuoso – e giovanissimo – artefice negli anni 80, decade che lo ha visto prima protagonista con la “scuola di Glasgow” (gli esordi sulla Postcard degli Orange Juice), poi con le uscite per Rough Trade; la carriera solista, intrapresa nel ’98 (The North Star), arriva ora alla terza prova con Western Skies.
Non sorprende più di tanto, fra queste undici tracce, il predominio delle ballad più malinconiche (la title track), o l’uptempo di Marble Arch, Dry Land, l’intensa e morrisseyana Rock God; o ancora gli accenni latini (The Coast) e desertici (She Wolf, forse il pezzo migliore e più sentito).
Un ibrido tra passato e presente insomma, un compendio della cifra stilistica di Frame, in bilico tra chitarrismo pop e canzone adulta d’autore: un intreccio, oseremmo dire, tra il Costello pop degli esordi (a cui il Nostro è sempre stato accostato) e il Morrissey più malinconico.
Episodio inferiore al miglior Frame solista – l’acustico Surf uscito nel 2002 -, Western Skies lo conferma comunque come autore pop per eccellenza, nonostante la presenza di alcuni episodi di maniera (Marble Arch, Tell The Truth). Di sicuro da uno come lui è lecito aspettarsi di più.
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