Recensioni

L’epopea di Rocco Siffredi ispira liberamente una serie tv scritta da una donna, Francesca Manieri. E non c’è bisogno di premettere che non vi è pornografia nei sette episodi targati Netflix. Supersex non contiene scene scabrose ma ci sono più scene di amplessi qui che in ogni altro prodotto pubblicato dalla piattaforma finora.
Il punto della serie con Alessandro Borghi è un altro: non parla di sesso ma del suo incarnato. E non parla nemmeno di un uomo qualunque, bensì – a suo modo – di un supereroe. La storia lo mette subito in chiaro, fin dalla prima puntata («I superpoteri nella vita non ti arrivano subito ma si manifestano al momento debito») dove è centrale l’omonima rivista di fotoromanzi pornografici stampata tra gli anni Sessanta e Ottanta dalla quale tutto parte.
Ce lo insegnavano sul finale di Kill Bill: Superman sarebbe una critica alla razza umana e così Supersex punta la lente su pudore e religione nella società italiana in cui è ambientato. Un obiettivo intrigante, da serialità evoluta. E potremmo spingerci oltre, se il fumetto creato da Jerry Siegel e Joe Shuster ha forti legami con la religione – il supereroe come messia – così Rocco nella storia scopre Supersex come Mosè le tavole della legge, non sarà il Salvatore ma è senz’altro un predestinato.
Il pornoattore abruzzese non fa miracoli ma poco ci manca. Il miracolo del resto lo ha tra le gambe ed è la ragazza con cui fa sesso per la prima volta a farglielo realizzare. Così come di un particolare peccato del mondo il Nostro abruzzese con il crocefisso al collo si farà carico al punto da diventare un tutt’uno con esso, portandolo dove nessun uomo ha mai immaginato di inserirlo prima, al funerale della madre, la stessa che da piccolo voleva farlo prete. Una fellatio al cimitero giusto dopo la sepoltura, il trionfo dell’eros su tanatos, immagine iperbolica a rappresentare il picco di un’assuefazione al desiderio sessuale in espansione, come l’universo.
Non un gran colpo di genio per la sceneggiatrice ma il riferimento alla religiosità è ben raccolto nella storia, in particolare in rapporto al perbenismo cattolico/borghese dell’epoca, quello di un’Italia e di una Roma tardodemocristiane di fine anni ‘80/inizio ’90, quando i governi nazionali si chiamavano Goria, De Mita, Andreotti, e quelli cittadini Signorello, Giubilo e Carraro (quest’ultimo socialista ma sostenuto anche dalla DC).
In questo capitolo rientra l’irruzione della polizia in sala per portare via in manette Riccardo Schicchi, l’“inventore” di Cicciolina e Moana Pozzi. Per il più noto e influente dei personaggi della pornografia italiana, il sesso per le masse era rivoluzionario, non rappresentava il passatempo borghese per come lo avevano descritto Marco Ferreri (La grande abbuffata) e Luis Buñuel (Il fascino discreto della borghesia).
Senza arrivare a toccare i massimi sistemi, Supersex evidenzia più pragmaticamente quanto il Vaticano lo vedesse come un grande pericolo per i propri fedeli in un’epoca particolare contraddistinta dal passaggio della pornografia dal cinema all’home video. Sempre di quegli anni è la condanna di Giovanni Paolo II all’uso del preservativo in piena epoca AIDS, virus che iniziava a mietere vittime anche nel mondo dell’hard, come l’icona del settore John Holmes, la cui morte viene commemorata da Vincenzo Nemolato / Riccardo Schicchi che proietta davanti al cast un frammento di un suo film.
Quella di Rocco Tano da Ortona (l’alias Siffredi gliel’appiopparono in Francia in onore del Roch Siffredi interpretato da Alain Delon in Borsalino) è in definitiva la storia di un’anima tormentata, un aspetto fin troppo sottolineato nel corso di una vicenda che viene comunque snocciolata decorosamente, come ci si aspetta dagli standard Netflix. Le umili origini, le case popolari, la morte del fratellino invalido, la guida del fratellone-vate che poi lo chiama a Parigi per lavorare nel suo ristorante e l’inizio della carriera nel porno condita da successi, italiani e internazionali, dubbi e ripensamenti, formano un canovaccio per parlare in definitiva dell’amore, segnatamente, dell’incapacità di darlo o riceverlo, ma anche della morte, del potere, del pregiudizio. Certo, come fiction liberamente ispirata alla vita di Rocco Siffredi si prende molte libertà, enfatizzando la narrazione, rendendo iconiche scene e situazioni. Non sempre un bene per una storia che avrebbe potuto indagare meglio la psiche del protagonista.
Rocco è un uomo ossessionato, schiavo del suo desiderio, perverso ma buono. L’unico legame che sembra ammettere è quello con un personaggio ancor più problematico, il fratello maggiore (adottivo) Tommaso, interpretato da un grande Adriano Giannini, a cui viene dato forse eccessivo spazio, rubandolo alla storia principale e a quella legata alla fidanzata e poi moglie di lui, Jasmine Trinca / Lucia, co-star della serie, vero specchio al femminile di Rocco per la quale il sesso è sempre una scelta ma non negli stessi termini (è lo stesso Tommaso a farla prostituire).
Uno degli espedienti narrativi di Supersex è l’attacco al presente per poi agganciare i vari flashback. Si parte nel 2004, anno del suo primo ritiro dalle scene, per poi raccontarne l’infanzia, all’inizio degli anni ’70, con il piccolo Marco Fiore nei suoi panni. Dopodiché si passa ai primissimi 80s, con il volto di Saul Nanni, e al fatidico 1984, in Francia, dove entra in gioco Borghi opportunamente ringiovanito, pienamente a suo agio nel ricostruirne postura, mimica e calata est-abruzzese.
Il triennale soggiorno transalpino dà modo di apprezzare l’ottimo lavoro di scenografi e costumisti. I primi rendono bene questa Parigi anni ’80 plumbea e notturna, tutta luci al neon, pioggia e locali malfamati, un «pisciatoio a cielo aperto», come la definisce Lucia/Trinca, e anche gli interni dei locali sono ben riprodotti. I secondi recuperano bene gli abiti del periodo senza insistere troppo nei cliché (leggings, spalline larghe, ecc.). Per non parlare dell’ottimo lavoro di truccatori e acconciatori, come si vede soprattutto nel caso della Pozzi, un prodigio sia per la bravura di colei che la interpreta (Gaia Messerklinger) che per la verosimiglianza di make-up e parruccheria. Qualità che purtroppo vengono meno man mano che la storia va avanti e si avvicina ai giorni nostri.
In un locale a luci rosse di Pigalle, Rocco incontra il produttore e attore porno Gabriel Pontello, che lo presenta al produttore Marc Dorcel e al regista Michel Ricaud. Qui ha inizio la sua ascesa professionale in un mondo del porno che Rocco forgerà secondo il suo stile ma dove inizialmente è un pesce fuor d’acqua, il burino catapultato nella realtà mondana e glitterata dell’hard.
Col dominio dell’infosfera, dei flussi culturali determinati dai social e delle intelligenze artificiali, Supersex ci riporta a una dimensione umana, pur cruda, violenta e bestiale. Rocco è un animale, una «bestia da monta», come lo chiama Schicchi nella scena in cui litigano perché Rocco vorrebbe farsi le attrici anche fuori dal set e non solo davanti alle telecamere. «Sono nato per questo», dice il vero Rocco, e non per compiacersene ma perché tale è il significato che dà al suo stare al mondo, come il frontman di una rock band per cui il palco è come l’aria che respira.
Siffredi nella storia è un supereroe tormentato. Un artista del sesso allo stesso modo di come di un cuoco può dirsi un artista della cucina o di un calciatore artista del pallone. Ma la verità è che a lui i panni di attore sono sempre andati stretti: era nel regno del vero, del pragma, che amava stare. Niente sesso per finta, lui voleva ficcare «pe’ davero». Nella serie tv passa per tutto, pure per filosofo, ma Siffredi era fin troppo prosaico, tra vita contemplativa e vita attiva ha sempre scelto la seconda. Costi quel che costi.
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