Recensioni

7.4

Robyn difficilmente riuscirà mai a sottrarsi al confronto con il traguardo più importante della sua carriera. Dancing On My Own, composta insieme a Patrik Berger e pubblicata nell’aprile 2010, ha finito per offuscare – almeno nell’immaginario collettivo – gran parte dei risultati precedenti e successivi. Non senza buone ragioni.

Salutata da molti come una delle migliori canzoni pop di sempre (con Rolling Stone a inserirla tra le prime posizioni della sua classifica dei 500 brani del genere), deve la sua fortuna alla giustapposizione tra una ritmica dance euforica, la vulnerabilità mista a fierezza dell’interpretazione vocale e l’onestà emotiva del testo. È un formato che la cantante ha reso distintivo, come dimostrano episodi quali With Every Heartbeat, Call Your Girlfriend e Be Mine, ma rappresenta solo una delle direzioni della sua scrittura.

Spinta da un’ammirazione per Prince e Kate Bush, oltre che da un profondo legame con l’electro-pop e la black music, Robyn esordisce nella seconda metà degli anni Novanta come promettente interprete R&B, raccogliendo successo e visibilità soprattutto in Svezia. L’insoddisfazione nei confronti del sistema major la porta però, nel 2004, a fondare la propria etichetta, Konichiwa Records, avviando una traiettoria completamente indipendente. Il primo frutto di questa svolta è l’album omonimo del 2005, un vero manifesto artistico destinato a fare da modello per i lavori successivi.

A distanza di otto anni da Honey, la cantante torna a ricollegarsi idealmente alla trilogia Body Talk (2009-2010) con Sexistential. Tra i singoli spicca Talk to Me, che la vede collaborare nuovamente con Max Martin, mentre resta centrale la presenza del fidato Klas Åhlund, garante di una continuità sonora sempre più raffinata sul piano del sound design, ma ancora immediatamente riconoscibile.

È il caso dell’apripista Dopamine, manifesto di un disco attraversato da una leggerezza nuova. Archiviata – almeno in parte – la malinconia sentimentale che aveva segnato la sua “dance da lacrime sulla pista”, Robyn aggiorna la formula con testi più giocosi, ironici e talvolta provocatori, come nella title track. Una leggerezza che non coincide con superficialità, ma che riflette piuttosto una maggiore consapevolezza: quella che la porta a confrontarsi con temi come maternità, sessualità e aspettative culturali legate all’età e alla femminilità.

Sul piano sonoro, la sua cifra pop dance viene rielaborata attraverso un restyling ipertecnologico che mantiene intatta la riconoscibilità pur proiettandola nel presente. Brani come Blow My Mind – rielaborazione di un episodio di Don’t Stop the Music, qui trasformato anche in tributo al figlio e arricchito da una citazione dei KraftwerkSucker For Love, It Don’t Mean A Thing e la stessa Talk to Me risultano così familiari e insieme attualissimi.

Sexistential si conferma quindi un lavoro solido, capace di muoversi dentro i codici del pop senza mai aderirvi passivamente: un disco che ribadisce la statura di un’artista da sempre laterale rispetto agli standard del genere, ma proprio per questo ancora centrale.

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