Recensioni

<p><span style="font-weight: bold; font-style: italic;">Leoni per agnelli</span> è un film imperfetto, come una ciambella gustosa e ricca ma uscita senza buco, decisamente ‘fuori moda’ come è stato giustamente detto, con questo suo impianto teatrale (macchina fissa, preminenza del dialogo sull’azione, frontalità delle scene), inconsueto almeno nell’Hollywood contemporanea. Non si può dire nemmeno che la scelta dell’unità di tempo e luogo dei due lunghi dialoghi sia dettata da intenzioni cinematografiche (per esempio riesumare stilemi classici per cercare nuove vie stilistiche) dal momento che è all’esclusivo servizio del soggetto, del tema. Una delle migliori definizioni per questo film deriva dal campo filosofico: la maieutica. Ecco una buona parola-chiave (che devo al commento di Marmiroli su Film Tv), che ci serve per spiegare l’intero impianto di questo film, dalla sua ragion d’essere alla realizzazione. La maieutica concentra sul dialogo e sulla parola le possibilità di portare a coscienza una semplice conoscenza: ciò che noi sappiamo lo abbiamo solo imparato a memoria o lo viviamo davvero? È assolutamente chiaro come il film sia stato fatto per i giovani, pensato, scritto, diretto al fine di esortare la gioventù non alla conoscenza delle cose ma alla consapevolezza, per portare a coscienza (che è pensiero + azione, cioè vita) ciò che rischia di diventare solo brusio televisivo. Ma perché, allora, è una buona ciambella senza buco? Perché il cinema è intrattenimento (o è cinema, nel senso, diciamo così autoriale, stilistico, filmico) e non, appunto, filosofia; così quando si utilizza un linguaggio inappropriato l’atto oratorio perde di efficacia e si rischia di far calare l’attenzione del parterre.
La scelta di sovrapporre le tre vicende nella contemporaneità permette a Redford di mostrarci l’affresco del suo tempo. È chiaro quali siano le componenti maggiori dell’attuale stato americano delle cose: a) gli errori di valutazione di politici tracotanti e spocchiosi, b) la miopia e l’opportunismo di una stampa un po’ troppo pusillanime (dove sono i <span style="font-weight: bold;">Woodward </span>e i <span style="font-weight: bold;">Bernstein </span>di <span style="font-style: italic; font-weight: bold;">Tutti gli uomini del presidente</span>?), c) la realtà confusa, filtrata, atroce del fronte, popolata di eroi e di deboli. <br /></p>
<p>È questo uno stato delle cose la cui origine e ragione Redford cerca di dipanare nella sintesi (socratica) rappresentata dalla scena del dialogo professore/studente. È lì che si cerca il risveglio della coscienza: le ragioni che hanno portato i due ragazzi ad arruolarsi (comprensibili ma non condivise), lo stato della politica e della stampa e dei futuri rappresentanti dell’una e dell’altra. Trapela, così, l’idea di quanto sia inutile, ormai, denunciare l’impasse, ovvero l’ondata ‘reazionaria, antidemocratica e rinunciataria’ (parole di Redford) in cui è caduta l’America, e quanto, invece, sia utile lo stimolo: il dovere di riflettere e capire in quale direzione impegnarsi è quel nucleo di base che non può mai essere tralasciato, che deve essere curato e stimolato, tanto difficile da attuare quanto fruttuoso nei risultati (e questa è – consentitemi la metafora svilente – la ricchezza della ciambella!). </p>
<p>In realtà, a pensarci bene, un film come <span style="font-style: italic; font-weight: bold;">Nella Valle di Elah</span> è un buon polo di confronto con quest’altro. <span style="font-style: italic;">Elah</span> è decisamente riuscito, si esce dal cinema con la sensazione di un pugno nello stomaco ma, paradossalmente, rispetto al film di Redford, Haggis ha fatto una scelta molto meno coraggiosa e molto più furba. Senza l’ ‘ipnosi’ della paura e della compassione come si fa a offrire uguale godimento artistico allo spettatore? “Quanto più c’è da imparare tanto meno si riesce a dare in godimento artistico” disse Brecht denunciando le contraddizioni del teatro del suo tempo e sembra che anche Redford sia caduto in questa impasse. Problema irrisolto, passo all’altra questione che mi preme dire. </p>
<p>C’è in tutto il cinema americano così come in tutta la cultura di questo paese l’insistenza sulle tematiche individuali, sul primato assoluto che ha l’individuo rispetto all’ambiente sociale (e la conformità dipende solo dal fatto che si tratta di un dettato comune a ciascuno). Toqueville ne ha individuato i caratteri politici e sociali e molti eroi della letteratura e del cinema ne hanno incarnato le ostinate e testarde irriducibilità. Uno di questi è stato Redford: Jeremiah Johnson del <span style="font-style: italic;">Corvo Rosso,</span> il fuorilegge, bad boy Sundance Kid di <span style="font-weight: bold;">Butch Cassidy</span>, Woodward, con il compare Bernstein, contro l’intera squadra di Nixon, l’uomo comune contro i complotti dei corrotti ne I tre giorni del condor. La stessa cosa succede nelle regie: <span style="font-style: italic;">In mezzo scorre il fiume</span>, <span style="font-style: italic;">Quiz Show</span>, <span style="font-style: italic;">L’uomo che sussurrava ai cavalli</span>, tutte centrate su un singolo individuo (anche se, poi, le punte ostiche delle personalità vengono addolcite dal suo tipico buon senso garbato ed elegante). Quando, però, le circostanze lo richiedono questo individualismo sfrenato deve lasciare il campo ad un atteggiamento meno edonistico o eccentrico. In <span style="font-style: italic;">Leoni per agnelli </span>la lotta del singolo per accaparrarsi il posto centrale nell’inquadratura lascia spazio ad un bisogno di collettività e alla riscoperta della comunità e della res publica. Altro segno della crisi oltreoceano. </p>
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