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È così motile l’elemento liquido, se si considera il procedere incessante dell’onda; eppure di una staticità maestosa, assordante, se dell’oceano si contempla un’immagine d’insieme. Stessa riflessione si può fare di questo lavoro, che di recupero in realtà si tratta: i Soundscapes per chitarra effettata o guitar synth dello stesso Robert Fripp, arrangiati per orchestra dal compositore inglese Andrew Keeling, che firma due capitoli (Requiescat e Miserere Mei), insieme a David Singleton, coautore, quest’ultimo, anche di Black Light, nonché produttore dell’intero progetto. Il tutto eseguito (e in quel frangente registrato), nel lontano 2003, dalla Metropole Orkest diretta da Jan Stulen.

Ed è proprio Singleton che, dopo aver assistito a Tokyo, nel 1992, a una esecuzione dei soundscapes da parte di Fripp e David Sylvian, decide che quelle composizioni di “modern orchestral music” avrebbero meritato di essere arrangiate come si deve, alla stregua di materiale grezzo ma ricco di potenziale, praticamente una demo. Missione compiuta, possiamo dire, se l’intento era di ampliarne il respiro, fermo restando che la nuova trascrizione rappresenta opera a sé.

Un lavoro monotono in senso letterale, statico e affascinante come l’originale, pieno di sottili contrasti, quieto e tempestoso, impalpabile sulla superficie, ma di sostanza greve, che dal minimalismo sostanzialmente proviene, per aprirsi tuttavia a una rilettura densa ed enfatica. Ovunque il tempo è quello di una lunga e solenne messa, attraverso sei movimenti in tema di sacralità. Una marea che lentamente si solleva per poi arretrare e tornare a sommergere, e dove l’acqua non è più sinonimo di leggerezza, facendo anzi sentire sul petto tutto il suo peso specifico.

Ondate di spessi impasti sonori, con i fiati a definire bassi profondi, i violini che svettano sul resto degli archi dipingendo drammatiche tonalità, e infine il coro, ben separato nei registri, trait d’union con gli stilemi del requiem mozartiano. Sotto, in profondità, si muovono ansiosi cromatismi (forse l’elemento di maggior pregio), risuonano spiriti e richiami ancestrali, nell’alternarsi di tensione e rilascio.

Al di là del tema religioso, o spirituale che legger si voglia (e che possiamo pensare come un semplice “programma”, un espediente, o al contrario come il desiderio che muove il "tutto"), è lo struggimento, quasi immobile, così dichiaratamente oceanico, che definisce The Wine Of Silence; non certo materiale da preghiera, semmai da contemplazione.

E la sensazione sarebbe di violenta bellezza e solitudine. Finché non sopraggiunge la spossatezza accumulata nel lento navigare sonoro, senza mai attraccare, quasi naufraghi.

Nelle note di copertina è riportata una citazione emblematica, firmata Robert Fripp, Parigi, primavera 1980: “music is the cup which holds the wine of silence. Sound is that cup, but empty. Noise is that cup, but broken”.

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