Recensioni

6.8

Ciò che sta accadendo in America è ormai abbastanza chiaro: nouvelle vague, o meglio, new wave del roots rock a stelle e strisce, negli anni ’90 confinato a musica da inguaribili passatisti ed oggi invece risorta a dignità culturale dell’America bianca. Un lungo percorso che Rick Rubin iniziò proprio a metà del decennio più triste della storia del rock, portando alla Def Jam i Black Crowes, Johnny Cash e i The Four Horsemen. E.Rubin, produttore e talent scout, aveva intuito il potenziale discografico di un suono che era parte integrante della “white trash culture”, del sound scarno e radicale del southern rock, del blues e delle divagazioni acido psichedeliche. Oggi, da Band Of Horses a Mumford And Sons, passando per la divinizzazione dei White Stripes,  e grazie anche allo straordinario lavoro di Bon Iver e Fleet Foxes, ciò che sta tra CSN&Y e i Lynyyrd Skynyrd, tra il folk e il blues, tra il classic e l’hard rock, è talmente sdoganato da essere manifestamente hype. Come se il rock americano avesse nuovamente solcato la storia della musica popolare.

E in questo solco è cresciuto il seme dei Rival Sons. Un passo indietro per ricordare come nel 2005, in Inghilterra, e precisamente grazie a Give Me The Fear dei Tokyo Dragons, si sviluppò una fulminea carneade di classic rock band, egualmente ispirate da Rainbow, Thin Lizzy, Led Zeppelin e Free. Una nuova scuola britannica, che non diede mai i frutti sperati, ma lasciò agli archivi alcuni album degni di nota. A fasi alterne, la scena si trascinò stancamente per tre anni, tra tentativi improvvisati e poco riscontro di pubblico e proprio alla fine della parabola discendente, comparvero i Rival Sons. Loro, californiani, gruppo centrale della scena neo-classic, erano la risposta US allo strapotere degli irlandesi The Answer. Loro erano la next big thing. All’epoca del loro esordio, scrivendo per la rivista Rockerilla, sottolineai come due erano gli elementi d’interesse intorno al debutto del quartetto di San Francisco: il primo, prettamente musicale, dato dal felice connubio di scuola inglese (Led Zeppelin, Cream e Free su tutti) e scuola Americana, con il suono anfetaminico e grasso dei Mountain, in primo piano. Il secondo, squisitamente discografico: i Rival Sons rappresentavano il primo caso di divagazione e di approccio conservatore ad opera della Earache Records, da sempre etichetta di sperimentazione in ambito estremo. Una scelta dettata dal business, va da sé, ma indubbiamente spinta da un’intuizione: il classic rock stava tornando. E’ nata in questo contesto la storia dei Rival Sons, una band che in ogni successivo disco ha cercato di completare, amalgamare e rendere credibile un percorso musicale pericolosamente al confine con il “nostalgic rock” degli anni ’70.

Pressure And Time, secondo disco del gruppo, era il punto di equilibrio sotto il profilo musicale, ma mancava ancora della sporcizia necessaria che rendesse il rock abrasivo. E’ questa l’arma in più di Head Down, disco importante, di grande impatto e anche un po’ paraculo. Un disco chiamato, senza troppe sorprese, totalmente dedito all’arena rock e impreziosito di alcune strategiche scelte produttive. A cominciare dalla presenza di Vance Powell, producer di White Stripes e Kings Of Leon. Il cerchio si chiude. E infatti Head Down è un gioco silente di strati zeppeliniani, come You Want To, Until The Sun Comes (con un andamento alla Bron Y Aur) ma aggiornati al suono più commerciale e ammiccante soprattutto dei White Stripes, soprattutto in Keep On Swiming e Wild Animal. Un compromesso? Può essere, ma serviva un linguaggio mediato ai Rival Sons per poter comunicare con le nuove generazioni senza perdere la propria identità. Una scelta parzialmente limitante, ma efficace.  E’ chiaro come i veri Rival Sons siano tutti in Run From Revelations, un’esplosione di colori dipinti da un Paul Kossof d’annata, ma anche dai Rainbow, da Plant, dai Traffic più blues e dai Cream di Wheels Of Fire. E' altrettanto chiaro come una scelta conservatrice rischiasse di trascinarli nel gorgo del revival rock.

I Rival Sons hanno saputo scegliere nel modo più giusto, trovando quel famoso equilibrio in grado di sostenere la loro carriera. Il risultato è Head Down, un disco che canzone dopo canzone, si rivela a suo modo “storicista” ma altrettanto attento alla modernità. E’ questo che fa dei Rival Sons una band, oggi, più unica che rara.

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