Recensioni

C’è qualcosa di deliziosamente perverso nell’osservare i campioni dello shoegaze allontanarsi dalle sonorità classiche, proprio mentre centinaia di epigoni si affannano a cercare la magia di album come Nowhere o Souvlaki. Si chiama “mestiere” e consiste nel capire quando è il momento di guardare altrove e solleticare il proprio pubblico senza limitarsi a ripetere formule vincenti ma ormai consunte. Naturalmente, c’è anche una questione squisitamente artistica.
Andy Bell, ad esempio, sembra aver riscoperto questa nuova vitalità creativa andando a frugare ai quattro angoli dello spettro psichedelico. Il suo album solista di due anni fa (lo splendido Flicker) era una specie di enciclopedia del pop lisergico che si snodava fra estatiche ballate elettroacustiche, lunghi brani kraut analogici e frammenti di rock cinematico. Come se non bastasse, il progetto GLOK lo ha visto cimentarsi con ottimi risultati in una sorta di trance elettronica.
Naturale quindi che sia proprio l’ex membro degli Oasis il motore trainante di un album dalla difficile gestazione. Come nel caso degli Slowdive, anche per i Ride tutto cambia affinché nulla cambi. Peace Sings apre dunque l’album con gli intrecci vocali che abbiamo imparato ad amare dai tempi dei primi EP, ma questa volta ad attenderci, anziché il wall of sound elettrico, ci sono tappeti di synth e chitarre che tracciano linee luminose nell’oscurità. La successiva Last Frontier gode degli stessi bassi hookiani e di una melodia ancora più marcatamente alla New Order. A dirla tutta, le ritmiche squadrate sacrificano un po’ l’estro di Loz Colbert, ma corroborano l’immaginario space rock che la band si è ritagliata in questa seconda parte di carriera.
Con i sei minuti della splendida Light in a Quiet Room (uno dei brani centrali dell’album), la psichedelia abbandona le radici wave per concentrarsi sulla ripetitività e sull’isolazionismo ipnotico. I synth analogici ronzano alla maniera degli Spacemen 3, la melodia si distende circolare ad un passo dalla stasi, prima di un finale rumoristico che suona come una concessione agli orfani di classici della band come Dreams Burn Down.
È un album che riporta tutto a casa, questo Interplay, ma non come ci si aspetterebbe. Più che tornare alle proprie radici, Bell e Gardener hanno scelto di guardare alla musica che circolava nei loro anni formativi, a influenze rimaste sopite e che in questa nuova fase artistica trovano libero sfogo. Una cosa che risulta tanto più chiara in brani come I Came To See The Wreck, costruita su dinamiche electro dark che rimandano direttamente ai Depeche Mode. Ma anche le interlocutorie Sunrise Chaser e Midnight Rider parlano il linguaggio pop degli 80s, seppur opportunamente ammantato di allure psych.
Inevitabilmente, si sconta qualche passaggio a vuoto nella seconda parte del disco. Essaouira viene sussurrata da Gardener all’interno di un ecosistema sonoro minimale, che si sviluppa attorno ad un loop elettronico e ad un pattern di batteria di Loz Colbert, ma i suoi sette minuti di durata non giovano al risultato finale. Stay Free è un macigno dark folk dall’umore plumbeo che si avvita su se stesso come un mantra incompiuto. Cosa che succede anche nella successiva Last Night I Went Somewhere To Dream, anche se in questo caso la luce che irrora il chorus la trasforma in un inno che vivrà di vita propria in sede live.
Si tratta di frammenti che non incidono sulla riuscita dell’album. Anche perché con brani come Portland Rock e Monaco i Ride dimostrano di essere in forma smagliante. Dinamici e focalizzati come poche altre volte prima d’ora. La chiusura programmatica di Yesterday is Just a Song (meraviglioso aiku pop, su droni sintetici) può suonare didascalica, ma è quanto mai legittima per una band che scegliendo di non suonare sempre uguale a se stessa ha prodotto uno dei dischi più densi e affascinanti della sua ultra trentennale carriera.
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