Recensioni

Piovono polemiche su SuperNature, l’ultimo speciale di Ricky Gervais uscito il 24 maggio su Netflix. Il comico inglese squaderna battute sulla comunità LGTBQ riservando un occhio di irriguardo (pun intended) alle persone trans. Il fantomatico popolo del web – o meglio, la parte di esso più incline a infiammarsi – fa quello che gli riesce meglio: si indigna, strepita, incalza e rintuzza, promette non meglio specificati boicottaggi e vaghe rappresaglie. In quest’epoca consacrata al caso del giorno e dominata dalle tifoserie, chiunque provi a fare un passo indietro e a considerare la questione a mente fredda non riesce a scrollarsi di dosso l’impressione di assistere all’ennesima replica di un canovaccio stracco e logoro, infarcito di azioni e reazioni automatiche. Ma cosa succede se si prova a far tacere la campanella di Pavlov e a giudicare uno spettacolo comico per quel che è?

Tutta la comicità – dice Gervais nella prima parte del suo autocompiaciutissimo monologo – è soggettiva. È normale, dunque, che alcuni trovino offensive le battute che altri trovano divertenti. Qualche minuto prima, il nostro istrione aveva spiegato alla platea l’esoterico concetto di ironia, intrecciando teoria e pratica senza soluzione di continuità. Qualche minuto dopo, arriva invece il momento di una rivelazione sconvolgente: un comico non crede necessariamente alle enormità che declama sul palcoscenico. Va in scena, insomma, un piccolo ABC dell’umorismo a uso dei suscettibili e dei professionisti dell’indignazione.

«Banale ma necessario in quest’epoca in cui non si può più dire niente e la gente non capisce le battute», diranno alcuni. «Che due maroni!», dirà sbadigliando chiunque abbia visto almeno un altro paio di monologhi comici negli ultimi due anni. Tanto più che – sia detto qui per inciso – la tendenza sempre più diffusa allo “spiegone metacomico” da parte degli stand-up comedians ha ormai un che di fasullo e stantio, sembra una foglia di fico (d’India) piazzata lì a bella posta per celare una tragica penuria di idee.

Ma torniamo alla questione della soggettività. Difficile dare torto a Gervais, tanto è lapalissiano l’assunto di partenza: la comicità è in gran parte soggettiva, immediata, viscerale. Solletica gli istinti più basilari e provoca improvvisi conati (di bile o di risate, a seconda dei casi, per l’appunto). Un fragoroso peto che squarcia il silenzio al funerale di un bambino potrà far ridere qualcuno (il padre, plausibilmente) e far indignare qualcun altro (la madre, che non riesce mai a vedere il lato divertente delle cose). Esempio volgare? Forse, ma la volgarità sta nell’occhio di chi scoreggia, come diceva il Funari di Corrado Guzzanti. Eppure anche la comicità può essere giudicata secondo criteri oggettivi, o perlomeno prossimi all’oggettività.

E com’è – oggettivamente o giù di lì – questo SuperNature? Tanto per cominciare, Gervais ride molto, moltissimo alle sue stesse battute. Brutto segno. Anzi pessimo, se consideriamo che qualche anno fa, ospite di Jerry Seinfeld in una puntata di Comedians In Cars Getting Coffee, il comico inglese si era lasciato andare a una confessione degna di nota: «Se qualcuno fa una battuta pessima, io rido moltissimo, perché non voglio mettere a disagio il poveretto che l’ha fatta». Vien quasi voglia di fare due più due, Ricky, ma mi sono ripromesso di essere il più possibile oggettivo. E dunque dirò che, al netto delle polemiche della settimana, questo speciale è prevedibile, pedestre, appiattito dalla reiterazione dei soliti, stanchi meccanismi comici. Come se non bastasse, è pure piuttosto prolisso, e si arranca per arrivare ai titoli di coda.

Se si escludono le battute che hanno alimentato lo scandalo del giorno, i temi sono quelli consueti del repertorio gervaisiano: il debunking (sic!) ironico della religione e del sovrannaturale; l’AIDS (quello originale degli anni Ottanta, mica la versione addomesticata dei giorni nostri); i ciccioni (che non si possono più chiamare ciccioni perché non si può più dire niente); le differenze tra gatti e cani (argomento tra i più bolliti, la cui fiacchezza è riscattata solo in parte da una breve lezione di anatomia peniena comparata); la pedofilia (da cui l’atroce dubbio: i pedofili etero possono essere omofobi nei confronti dei pedofili omo?); le visite mediche (imprescindibile la gag sull’esplorazione digito-rettale della prostata, un classico intramontabile che non mancherà di far sorridere grandi e piccini); le reiterate allusioni al fatto che Gervais, qualora non lo sapeste, è ricco. Non vi basta? C’è dell’altro.

Forse non tutti sanno che dalla fine del 2017 ogni stand-up comedian che registra uno speciale per qualsivoglia piattaforma streaming è tenuto per contratto a fare almeno un riferimento a Louis C.K. e alle accuse di molestie sessuali che hanno fatto deragliare la sua carriera. Gervais adempie all’obbligo con sollecitudine e pensa bene di prendere due piccioni progressisti con una fava: «C’è un nuovo tipo di comicità, la woke comedy. Ho provato a guardarla e ho deciso che preferirei guardare Louis C.K. che si masturba!».

A un certo punto Gervais tira fuori l’asso nella manica di ogni comico a corto di idee: l’immancabile Adolf Hitler. «A Hitler va almeno riconosciuto il merito di essere stato l’uomo che ha ammazzato Hitler!», sogghigna il Nostro, facendo propria una battuta che potreste aver letto su Reddit, Twitter, Facebook o – se avete ormai una certa età – su qualche forum scalcinato nei primi anni Duemila. Non mancano un paio di aneddoti familiari innestati in maniera piuttosto rozza sul corpo asimmetrico e zoppicante del monologo. Mancano, per fortuna, le tirate animaliste che appesantivano lo special del 2018, Humanity, come pure gli zuccherosi patetismi un tanto al chilo di After Life.

Cosa rimane? Sparuti e incostanti sprazzi di comicità degna di questo nome; un paio di trovate se non innovative perlomeno non banali; la foto del piccolo, adorabile Adolf; qualche isolato spunto di riflessione in grado di trascendere la provocatorietà posticcia e priva di costrutto di una routine che gira spesso e volentieri a vuoto. «Fanculo», esclama Gervais a dieci minuti dalla fine dello spettacolo, continuando a ridersi addosso, «ma ce l’ho del materiale per questo cazzo di speciale?». Ricky, siamo onesti: vuoi una risposta seria o una risposta ironica? Qualora dovessi scegliere la seconda opzione, ti risponderei: “C’è un nuovo spettacolo di Ricky Gervais su Netflix. L’ho visto e ho deciso che avrei preferito guardare Louis C.K. che si masturba”.

Sia chiaro: si fa per ridere.

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