Recensioni

Tra i molti aneddoti disseminati nelle pagine di Beeswing, ce n’è uno particolarmente curioso: il bisnonno dell’autore, John Templeton Thomson, un giorno ordinò una targhetta per la porta di casa, su cui l’incisore commise un errore aggiungendo una “p” al cognome. “Da vero scozzese, il mio bisnonno pensò che fosse più economico cambiare legalmente il cognome di famiglia anziché spendere soldi per un’altra targa!”. Fu così che uno dei più importanti chitarristi folk rock di ogni tempo ha avuto per cognome Thompson, in maniera un po’ buffa, casuale.
Su questa stessa falsariga di fatalismo e understatement scorre il memoir che Richard Thompson ha scritto riguardo al periodo 1967-1975, ovvero la fase cruciale della sua carriera, dei Fairport Convention e di tutto un modo di essere, pensare, vivere nonché fare musica. La narrazione avviene cioè da una distanza che sembra avere relativizzato tutto, tanto da ridurre al minimo l’enfasi, la caligine nostalgica, l’ansia di bilancio di cui in genere sono intrise le opere di questo genere.
Thompson procede all’esposizione dei fatti con asciuttezza disarmante, dalla prima chitarra comprata da due soldi all’incontro con Ashley Hutchings, Shaun Frater e Simon Nicol, con quest’ultimo che mette a disposizione la casa di famiglia per le prove, magione denominata Fairport e da lì il nome di una band che, sì, a quel punto è una band. E tutto ha inizio. A fari bassi, dagli esordi con la west coast nel cuore, tante cover dettate dalla predilezione per i Byrds e Jefferson Airplane, per Tim Hardin, ovviamente per Dylan ma anche per l’esordiente Joni Mitchell.
Quindi i primi concerti, i palchi divisi con The Incredible String Band e Tyrannosaurus Rex, poi all’UFO come opening per i Pink Floyd, l’incontro con Joe Boyd, il quartetto che nel frattempo si è aggiustato (fuori Frater per Martin Lamble), allargato in quintetto (Judy Dyble) e poi in sestetto (Ian MacDonald). Ed ecco via Boyd la firma per la Polydor e il primo album omonimo, in cui tra cover e originali trova giustificazione la fama di “Jefferson Airplane inglesi”. Ma è solo l’inizio, come ben sappiamo, di una storia che prenderà direzioni diverse.
E che, al di là delle interpretazioni a posteriori, si consuma nel momento: in queste pagine si legge l’ineffabilità della Storia quando la racconti ad altezza d’uomo, il suo procedere episodico, il conflitto mercuriale tra volontà e accidente, tra progetto e occasione. Può capitare così di ispirare (forse) una celebre canzone (King Midas In Reverse) a Graham Nash, o di jammare con l’astro nascente (anzi: un vero e proprio bolide) Jimi Hendrix, oppure di salutare la Dyble e casomai sostituirla con Sandy Denny.
E quindi la svolta, il piegarsi fatalistico degli eventi, in direzione folk rock, al crocicchio tra elettricità e tradizione british, il passato come elemento di sintesi verso un linguaggio in grado di reinterpretare il presente, simili in questo alla Band anche se diversissimi per retroterra. Ed ecco l’ottimo secondo album What We Did On Our Holidays e il capolavoro Unhalfbricking. Prima della pubblicazione di quest’ultimo, lo scherzetto del destino: un incidente stradale al rientro da un concerto in cui perdono la vita Martin Lamble e Jeannie Franklyn, compagna di Thompson. Una mazzata da cui i Fairport sembrano non potersi riprendere.
Ma poi lo fanno, e come: Liege & Lief è un altro capolavoro, nel quale i traditional dettano la direzione e impongono una densità, con la Denny in uno stato di grazia ulteriore. La Denny, già, di cui Thompson restituisce il ritratto più accurato in un libro che non intende soffermarsi sui personaggi, quasi fossero comparse in una vicenda che tutto travolge consumandosi, indifferente e persino beffarda. La Denny generosa, distratta, passionale, fobica, incerta. Grandissima, ma sempre più distante, persino inaffidabile. E infine, allontanata. Una decisione che il chitarrista prova a giustificare: “Perché dovresti licenziare la migliore cantante del paese, che a posteriori è una delle più grandi cantanti che la Gran Bretagna abbia mai prodotto? Forse avevamo la sensazione che nella sua mente si fosse già allontanata dal gruppo”. Forse, già.
I capitoli proseguono, come recita il sottotitolo, fino al 1975, col progressivo spegnersi dell’entusiasmo in Thompson per le sorti della (sua) band, da cui la decisione di mollare dopo un altro album (Full House) e un tour americano che avevano fruttato alla band un nuovo, ricco contratto con la Island.
Il “dopo” per il chitarrista è un muoversi spaesato tra session sparse (alcune notevoli, come quelle per Bless The Weather di John Martyn e ovviamente per gli album della Denny), quindi il tentativo di avviare la carriera solista, il sodalizio con Linda Pettifer (che sposerà), l’interesse sempre più forte per il sufismo, e su tutto la sensazione quasi snervante di galleggiare tra possibilità e indeterminatezza. Quasi che, come Thompson racconta in uno dei “sogni” posti in appendice, la vita altro non fosse che “una squallida buca, e noi non facciamo altro che protenderci verso la luce. Tu credi che arrivare lassù possa risolvere tutto, ma saresti comunque la stessa persona lì fuori, con tutti i tuoi complessi e i tuoi dilemmi”.
Tirando le somme, è una lettura più che piacevole, l’ennesimo carotaggio nel cuore di un’epoca irripetibile, sul cui serbatoio di miti e leggende l’attenzione non sembra venire meno. Certo, avrei preferito più dettagli, aneddoti, anche inezie se vogliamo. Su Nick Drake ad esempio, la cui figura è qui una presenza quasi impalpabile, o sulle serate fantasmagoriche all’UFO e alla Roundhouse, così come avrei gradito più pagine dedicate alle sessioni con Boyd (che il produttore statunitense ha raccontato del resto nel suo Le biciclette bianche). Ma per Thompson sembra contare più l’insieme, l’immagine che si definisce allontanandosi dal quadro, anzi forse questo stesso allontanarsi, il movimento che stabilisce la distanza nel momento stesso in cui unisce ciò che passa e quello che non finirà mai di essere.
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