Recensioni

Oltre ad essere l’ultimo album registrato dalla formazione (quasi) al completo dei Fairport (il batterista Martin Lamble era morto, qualche mese prima, in un tragico incidente stradale, sostituito da Dave Mattacks), Liege And Lief rappresenta, per qualcuno, la chiusura di un cerchio, per qualcun altro l’inizio della decadenza della band più celebre del folk rock inglese che la storia abbia generato, negli anni in cui (verso la fine dei ’60) la musica giovanile, ormai matura, provava a riconciliarsi con le tradizioni popolari.
Come ogni cosa che, improvvisamente, cambia radicalmente o quasi, una prospettiva, così l’album in questione, nel bene e nel male, ha rappresentato uno spartiacque, un punto su cui dividersi, tra chi, ancora, dopo il capolavoro di Unhalfbricking (pubblicato solo pochi mesi prima) considerava i Fairport come una sorta di versione britannica dei Jefferson Airplane e chi, invece, puntava tutto sull’aspetto folk della band di Sandy Danny e compagni. Rispetto al suo diretto predecessore, infatti, ricco di riferimenti dylaniani, Liege And Lief focalizza l’attenzione sulla tradizione britannica come mai prima. Attenzione palesata dalla scelta di inserire nell’album ben cinque brani (su otto, ma c’è da dire che le composizioni originali seguono, più o meno, la stessa impostazione) arrangiati sulla base di traditional del repertorio folclorico inglese.
La ballata diviene la forma narrativa e letteraria predominante e la straordinaria voce della Danny (dotata di naturali cambi di registro tipici del canto di tradizione orale) insieme al violino di Dave Swarbrick, l’elemento portante di tutta l’architettura sonora. Siamo ben lontani, comunque, dalle scelte radicali che la band compirà dopo la morte di Sandy Danny e l’abbandono di Thompson, sbilanciandosi completamente dalla parte del folk. Anzi, vista l’estrema vicinanza temporale con Unhalfbricking, si potrebbe addirittura ipotizzare una complementarietà tra i due album, un equilibrio a due facce capace di metterli sullo stesso piano in quanto prospettive diverse di una stessa filosofia musicale, che univa la modernità degli arrangiamenti con la tradizione popolare.
In questo senso, la chitarra elettrica di Thompson diviene un trait d’union fondamentale tra i due mondi, sia in un brano come A Sailor’s Life, pietra miliare del lato più rock dei Fairport, sia in episodi più espressamente folk come Matty Groves e Come All Ye. Così come l’andamento cullante di The Deserter, la dolce semplicità del commiato di Farewell Farewell (dove la voce della Denny tocca uno dei suoi apici) e il prog-folk di Tim Lin, non sfigurerebbero nell’album precedente al fianco di perle come Percy’s Song e Genesis Hall. Certo, il Medleyl, si sbilancia eccessivamente verso la una forma modulare che è tutta popolare, ma si tratta di un episodio isolato, che non può da solo caratterizzare lo stile di un album ancora attualissimo, come testimoniano le numerose riedizioni, infarcite di materiale inedito (tra cui vanno ricordate almeno quelle del 2002 e del 2007, contenenti materiale inedito).
Un album che, in fin dei conti, rappresenta la fine di un percorso, l’atto conclusivo di una band che, dopo l’abbandono di Thompson e la scomparsa di Sandy Danny, continuerà ad arrancare fino a dissolversi da sola. Farewell, farewell..
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