Recensioni

Con i biopic musicali il pericolo agiografia è sempre dietro l’angolo. Il motivo è semplice: l’obiettivo di una produzione che intenda raccontare una specifica figura entrata nell’immaginario collettivo e “pop”, in grado di segnare diverse generazioni di fan e appassionati, è quello di venderla nel migliore dei modi possibile, magari con l’intento anche di guadagnare nuovo pubblico.
Il risultato si può tradurre alla maniera di Bohemian Rhapsody, squallida parodia della parabola artistica dei Queen e di Freddie Mercury, ritratti come fari incredibili della scena musicale anni ’70 e ’80, dove l’agiografia che sconfinava nel revisionismo non solo era suggerita ma in tutto e per tutto sbattuta in faccia allo spettatore. Oppure, nel migliore dei casi, possiamo ritrovarci davanti un prodotto artistico riuscito e mirato come lo era stato il Control di Anton Corbijn sull’affascinante e triste parabola umana e professionale di Ian Curtis. Diciamo che la via di mezzo potrebbe essere costituita da un prodotto come The Doors di Oliver Stone, che non lesinava sull’aura di leggenda che circondava Jim Morrison ma che allo stesso tempo non ne nascondeva i limiti e i lati più controversi (qui la critica si estendeva a tutto il sistema schiacciasassi americano).
Bob Marley – One Love fa parte purtroppo della prima categoria, quella mirata a sfruttare il più possibile il fascino del protagonista, la sua aura di figura mitica e immortale presso diverse generazioni, senza mai affrontare davvero le mille problematicità della sua vita personale e privata, del rapporto con la terra d’origine, con i suoi connazionali, la moglie Rita e i figli. C’è tanto, troppo fan service che annacqua abbondantemente qualsiasi parvenza di profondità narrativa, che non esiste affatto. Reinaldo Marcus Green naviga a vista e procede per accumulo, facendo attenzione agli eventi della vita di Robert Nesta Marley probabilmente scrollando la relativa pagina Wikipedia.
Lo stesso fan service è mal gestito e quasi improvvisato: assistiamo infatti a scene ambientate durante le registrazioni di Exodus, da molti ritenuto il miglior album di Marley, negli studi di registrazione della Island Records a Londra, ma quello che lo spettatore ne ricaverà sarà solamente qualche estratto ben eseguito, frasi fatte come se piovesse e luoghi comuni ripetuti fino allo sfinimento, come l’amore del cantautore per il calcio (e infatti lo vediamo perennemente sul campo neanche ci trovassimo davanti a uno spot per un noto marchio di calzature).
Di politica neanche l’ombra, solo qualche vago accenno alla situazione precaria che la Giamaica stava attraversando in quel periodo (e che non si è nemmeno lontanamente risolta) a uso e consumo dello spettatore medio americano, qualche riferimento giusto per sottolineare un contesto non sicuro, e subito via verso Londra per sequenze in cui il Bob Marley di Kingsley Ben-Adir (una scelta di casting poco comprensibile) sia messo in condizione di sciorinare tutte le sue catch-phrase più note («La musica è il messaggio»).
Attentato e una esagerata insistenza alla discendenza paterna che non scava mai veramente in profondità nella psiche del protagonista a parte, non si avverte mai l’urgenza o la necessità che muovevano le azioni del Marley politico e poeta. Per quello vi consigliamo la visione del bel documentario Who Shot the Sheriff? della serie ReMastered.
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