Recensioni

Questlove è, come saprete, uno dei fondatori nonché autore e batterista dei Roots, inoltre è produttore (D’Angelo, Al Green…), session man e da qualche tempo – in realtà da molti anni – pure apprezzato DJ. A queste attività prettamente musicali ha affiancato negli ultimi anni quella di regista (è suo l’ottimo documentario Summer Of Soul, premiato con l’Oscar), giornalista e scrittore.
Riguardo a quest’ultima propaggine del suo estro tentacolare, si giunge oggi al terzo libro scritto a quattro mani con Ben Greenman dopo gli apprezzati Mo’ Meta Blues e Creative Quest, ahinoi mai pubblicati in italiano. Music Is History, questo il titolo originale dell’ultima fatica, esce anche da noi grazie alla sempre più benemerita Jimenez con la traduzione di Alessandro Besselva Averame (giornalista e scrittore, già redattore del Mucchio Selvaggio e oggi tra le altre cose coordinatore di Rumore).
Il titolo Musica è storia costituisce già di per sé un solco: per Questlove, classe 1971 di Filadelfia noto all’anagrafe come Ahmir Khalib Thompson, tra musica e storia esiste un legame così forte da suggerire qualcosa in più di un legame. Si tratta di due dimensioni simbiotiche che fanno collassare il privato nel collettivo e viceversa, nutrendosi di biografia ed eventi, di sensazioni così intime da rasentare l’ineffabile e così grandi da eccedere la possibilità di circoscriverle in una descrizione.
Lungo quasi quattrocento pagine che scorrono con l’agilità sinuosa ed elettrizzante del tuo programma radiofonico preferito, il volume passa in rassegna trentuno anni – dal 1971, non a caso anno di nascita di Questlove, al 2001 – dedicando ad ognuno un capitolo, il cui fulcro tematico è di volta in volta un disco, un artista o un evento, spesso un intreccio di questi, per poi nella parte conclusiva (dal 2002 al presente) affrontare di ventre il ventunesimo secolo, figlio nevrotizzato del post-undici settembre e dell’impatto sulle nostre vite dell’asteroide web.
Quando la storia apre la bocca, quanti denti dovresti contare?
Tra i capitoli, spuntano talora delle playlist assai intriganti (alcuni temi: “Come vedo… me stesso?”, “Unità di misura”, “Trovare il passato nel presente”, “Ti metto il mio mix”, e via discorrendo), nelle quali l’estro poliedrico di Thompson si sfoga disimpegnandosi tra perle misconosciute e gemme pop sorprendenti, ogni canzone corredata di una nota che apre un piccolo ma intrigante squarcio nell’immaginario sentimental/sonico del Questlove versione DJ.
Detto che il fuoco dell’obiettivo va prevedibilmente a concentrarsi in area black, con particolare riguardo per soul e hip-hop, parliamo comunque di un saggio che va oltre gli steccati stilistici e culturali, sfrutta la cassetta degli attrezzi del memoir e sollecita il nervo della curiosità percorrendo connessioni imprevedibili, spremendo i gradi di separazione fino a distillare legami e sovrapposizioni impronosticabili.
Ogni volta che arriva il momento, questo momento può implicare sia una fine che un inizio
Capita quindi di immergersi in valutazioni accorate sul periodo imperiale di Prince, sull’ascesa dei Public Enemy, sul senso della Blaxploitation per l’epoca e su ciò che ne resta, su quella volta che Questlove si fece tre ore di auto sotto la tormenta per suonare in un pezzo di Amy Winehouse, sulla parabola problematica dei Living Colour, sulle ricadute trasversali ed epocali del suicidio di Cobain, sulla tesissima serata dei Source Awards nell’agosto del 1995 quando al Paramount Theater rischiarono di fischiare proiettili, su Michael Jackson e Paul McCartney e Aretha Franklin e i Funkadelic e Kanye West e James Brown e Duke Ellington e Miles Davis e i Commodores e Isaac Hayes e… E sui The Roots, ovviamente, sul fare musica, sul perché farla, su come farla e ascoltarla riguardi ciò che siamo, ciò che si vuole essere e capire, sull’impronta che si desidera lasciare nel flusso degli eventi.
Questo è uno dei modi in cui funziona la storia, quando funziona: la grande arte si diffonde nell’etere, ma anziché renderci più eterei ci rende più affilati, ci spinge a cercare ancora
Le ultime pagine si rivelano particolarmente intrise di punti da ponderare: predomina inevitabilmente la riflessione sul progresso tecnologico, con particolare riguardo alle conseguenze della vaporizzazione dei supporti e dell’avvento dello streaming. Una serie di upgrade che hanno rivoltato paradigmi per tutti, in particolare – nel senso della prassi professionale ed espressiva – per i DJ, i quali hanno visto ridefinire in profondità il loro stesso ruolo. Va detto che Questlove non sembra appartenere alla schiera degli apocalittici: prendendo spunto da una playlist che avrebbe dovuto preparare per il presidente Obama, allude anzi al ventaglio di nuove possibilità, alla maggiore elasticità e al più fluido dinamismo mentale che lo streaming può portare in dote.
Il diavolo sarà pure nei dettagli, ma la storia sta nei formati
Resta tuttavia sullo sfondo un monito, come un accordo dominante che attraversa tutto il volume: la musica è un modo di vivere la realtà, di rendere porose le pareti, di scovare varchi, tunnel e vene che stabiliscano connessioni anzi congiunzioni tra persone, vicende, geografie, tempo. La musica è presente ovunque da sempre, è Storia perché è immanente alla nostra storia di sapiens, è da sempre simbolo e strumento di potere, di cultura, di spiritualità. La musica è linguaggio, è misura dell’umano.
Sarebbe quindi un delitto di portata storica – appunto – consegnare la musica a una visione algoritmica normalizzante, ridurla a puro, efficace, pervasivo intrattenimento. Questlove sembra dirci, pagina dopo pagina, che se esiste un modo per tenere a distanza questa eventualità, per non far passare questo nemico ormai alle porte, sta nella nostra capacità di essere ancora, sempre e pienamente, ascoltatori.
Amazon
