Recensioni

Il live acustico Funny Goes Acoustic col quale i Punkreas hanno celebrato trent’anni di carriera non era un segnale di ammorbidimento, tantomeno un involontario adeguarsi ai silenzi del lockdown (che peraltro ne interruppe il tour più o meno subito), come dimostra questo nuovo album: già dall’iniziale chiamata a raccolta di Le mani in alto i nostri mostrano di aver ripreso le rotte consuete dopo le celebrazioni e lo stop forzato, sia commentando le storture contemporanee nei testi sia, nelle musiche, viaggiando alla consueta velocità sul loro classico punk / hardcore cantabile.
Così, quasi senza prendere fiato, scorrono Dai dai dai (die die die) che parte dall’equivoco tra italiano e inglese di una scena di Boris 4 per costruire, con l’aiuto di Giancane, una critica alla fretta contemporanea (e occidentale), spesso letale, esemplificata dal sempre più diffuso lavoro dei rider; o la vagamente sixties Non c’è più tempo, che più di fretta parla di cambiamento climatico e quindi di cambiamento d’epoca (con un arguto accostamento tra Gretha Thunberg e Pippi Calzelunghe).
Si accelerano poi ulteriormente i giri in Battaglia persa per raccontare l’importanza dei precursori incompresi nel progresso dell’umanità, che altrimenti sarebbe ancora perduta “tra caccia alle streghe e chi si battezza con l’acqua del Po […] libri bruciati e sere passate a ballar reggaeton”, mentre anche Tempi distorti parla di epoche che cambiano, del passato sparito (che sia dell’età personale o della storia) come “i negozi con i dischi [che] non ci sono più”.
Déjà-vu corre sui vari sensi della parola “male”, prima di ritornello a marcetta sorpreso nel constatare che nel tempo le cose negative si ripetono, I signori della guerra esemplifica uno di questi mali ricorrenti, Disagio prende una parola molto in uso sul web e un po’ scherza un po’ è amara nel raccontare la condizione di chi non si trova nella contemporaneità, alternando i tempi reggae col feat. di Raphael che sembrano voler fare una pausa e un ritornello che torna furioso.
Giorno perfetto ripiega sul personale mentre Uomo medioevo torna sui temi dell’oscurantismo ricorrente (sembra rivolta a politici in auge ultimamente (“sembra di essere tornati […] ai primi anni ’20 del secolo scorso”) che il testo attribuisce a “ossessioni” e problemi mentali (“sei un genio del male o sei solo scemo?”, tanto per mandarle a dire).
Chiude una rilettura dell’unico inedito del live acustico, Il prossimo show, cui la partecipazione di due Modena City Ramblers dà una vena irlandese che conclude il disco su toni vivaci.
Il punk è un genere curioso: limitato per definizione, da una parte ha visto già nei suoi primi anni gente tipo gli Wire allargarne i confini, dall’altra ce n’è un filone che è rimasto e rimane codificato ai suoi elementi di base con poche contaminazioni. I Punkreas sono di quei gruppi che lo hanno preso come uno strumento, un pattern per parlare della contemporaneità ed esprimersi e continuano a farlo così, con la credibilità e l’efficacia per ripartire dopo le celebrazioni e lo stop da covid e tornare “in pista”.
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